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L'intellettuale in ombra



Qui sto bene. Ci vivo da anni e non ho ancora incontrato un intellettuale
"Non ne troverai mai uno", mi hanno detto. L'affermazione è perentoria in modo irritante. Perché non è possibile che un chilometro quadrato qualsiasi di un qualsiasi luogo della terra ne sia privo; parlo degli intellettuali, delle sottospecie più varie: scrittori, cioè romanzieri, poeti e saggisti, oppure storici, storici dell'arte, studiosi di tradizioni locali, geografi, enologi e gastronomi (intellettuali anche loro). 
Perché da troppo tempo il termine "intellettuale" ha assunto una connotazione negativa, che io non intendo dargli, ma che per qualcuno corrisponde a un insulto. 
E poi perché non so se nella categoria degli intellettuali vadano compresi gli artisti.
"Qui mancano pure quelli", mi hanno detto. Un viale sgombro di intellettuali non l'avevo mai visto, prima di trasferirmi qui. 
Se si trattasse solo di avvertirne le vibrazioni in un incontro casuale, non sarebbe un problema ignorarli - alcuni hanno un'aria di ingenuità scontrosa, spesso artefatta, o mostrano una curiosità, ancora più artefatta, per tutto ciò che li circonda, o mancano del tutto di curiosità: gli ultimi sono quelli che preferisco -; ma l'intellettuale che ti viene addosso per avere un po' della tua attenzione, non puoi evitarlo. Temo che un giorno mi succederà di incontrarne anche qui. 
A meno che non sia vera la mia sensazione: gli intellettuali qui non mancano, ma hanno il pudore di  mostrarsi come tali. Oppure sono timidi.
Aspetto la prova dei fatti, che hanno la cattiva abitudine di darmi torto.
La città in cui vivo è poco più di un paese sull'orlo di un piccolo lago. Molte persone praticano lo sport. Anzi gli sport. Quasi tutti, da quelli acquatici a quelli di squadra, e pure quelli individuali: lo sci, il tennis, la corsa campestre. Praticano gli sport e ne parlano. Giusto ieri ho orecchiato una conversazione tra due vecchi sportivi. Uno aveva giocato a basket per più di vent'anni; l'altro era stato un discreto canoista. Il primo si vantava di aver segnato più di quindicimila punti in carriera; l'altro di avere vinto cinquantasei gare individuali e in tandem. Il primo rimpiangeva di non avere avuto un figlio (che magari avrebbe battuto il record di punti del padre); il secondo aveva parole di disprezzo per il primogenito, che si era ritirato dall'agonismo con sole venticinque gare vinte (del secondogenito preferiva non parlare).
Vivo qui da tre anni e le uniche conversazioni che mi sia capitato di ascoltare riguardavano lo sport. La cosa in sé non sarebbe strana, se le conversazioni non riguardassero esclusivamente lo sport praticato. Anzi, gli sport.
Nella mia città, invece, gli intellettuali non si contano. Gli artisti sono ancora più numerosi, ma gli intellettuali fanno più rumore. Se poi le due figure coincidono, hai di fronte l'esemplare più rumoroso di umano "sub specie Narcissi".



La vanità, però, non può essere l'unico discrimine. E non sarebbe giusto dire che tutta la vanagloria del mondo si concentri nella mia città.
Un fanatico della forma fisica non è meno narciso di un professore di inglese, che pubblichi quattro romanzi all'anno. E la questione dell'avere qualcosa da dire, avrà pure il suo peso.
E' onesto censurare il desiderio di una persona di dire la sua, quale che sia il valore di ciò che pensa o scrive? Non si biasima un nuotatore amatoriale perché non ha partecipato alle Olimpiadi. La maggior parte degli sportivi dilettanti non ha ambizioni che vadano al di là dell'umiliazione dell'avversario, collega di lavoro o dirimpettaio o consanguineo che sia. Segnare tre gol al bancario che ti ha negato un prestito, fare un tunnel all'ex compagno di scuola e poi rinfacciargli le battute sulla tua scarsa forma fisica di un tempo (si potrà pure essere grassi a dieci anni). Piccole vittorie e grandi soddisfazioni. Camp Nou ribollenti o crocchi di famigliole in estasi: la carezza all'ego è la stessa. Ma uno scrittore...
In quel "ma" c'è tutta la differenza che la piccineria della mia morale stabilisce, a dispetto dei dilettanti che non possono mai essere tali, e a favore di quelli che possono esserlo sempre. Tutti i ma dei romanzieri senza gloria non valgono un se del calciatore mancato. Che ha sempre una giustificazione. "Se non mi fosse piaciuta la grappa... Se non avessi perso il piede sinistro... Se non avessi il terrore della folla... adesso giocherei in serie B".
In B, perché i fuoriclasse di quartiere conservano il lievito madre della loro umiltà.
Gli scrittori non possono fare altrettanto. 
"They can't afford it", direbbero gli inglesi.
Non possono permetterselo.
Eppure c'è una tristezza, nella solitudine degli scrittori anonimi, che ha una luce diversa, rispetto alle tribune vuote dei campioni mai sbocciati.
Una tristezza irredimibile.


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