Considerare i libri degli attrezzi che, quando non servono più, si buttano come si fa con i ferri mangiati dalla ruggine. Fuori di metafora, leggere in fretta e passare oltre. Oppure leggere piano per far risuonare nella testa una frase, una parola, per chiarirla o trattenerla finché è possibile. La parola, la loffa. E che i libri si prendano tutta la polvere che vogliono, sopravvivranno al mobilio e ai muri della casa. Ogni scelta è legittima. Conosco persone divorziate tre volte che non buttano nella spazzatura nemmeno i saggi sul matrimonio perfetto, e non perché abbiano il senso dell’umorismo. L’ossessione di ricordare anche ciò che è giusto dimenticare; il segno cancellato e resistente, una sostanza che corrode il punto più fragile dell’anti-memoria e appare quando non te lo aspetti, in trasparenza, come una traccia sottopelle. E il possesso, il libro come elemento primario di una costruzione: la “tua” libreria, tua e di nessun altro, con la superbia delle mensole...
Mar del Plata suonava argentinamente enfatico per quel campo da calcio di terraglia al confine del quartiere. Quando si alzava il vento, la terra ti entrava negli occhi e tu non vedevi i montarozzi d'erba che spuntavano a tradimento come avanguardie della difesa avversaria. Perché dargli il nome di una città e non quello di uno stadio? Chiamarlo José Maria Minella non avrebbe avuto senso, ma Bombonera poteva starci meglio di La Fortaleza , che faceva pensare al Brasile. Forse era stato un difetto della memoria, per cui uno stadio poteva contenere una città e una città non era mai grande come un quartiere. L'enfasi nel calcio è appena una nota a margine. E comunque Mar del Plata era più fantasioso di Piazza del Papa , la voragine di sterrato non lontana dal Mar che in onore di Papa Wojtyla sarebbe diventata una pista di cemento lunga trecento metri e larga centocinquanta, goduria degli sbruffi bravi ad attraversarla su due e quattro ruote in tutte le direzioni di marcia, ...