Mar del Plata . Il nome suonava argentinamente enfatico per quel campo da calcio di terraglia al confine del quartiere. Quando si alzava il vento, la terra ti entrava negli occhi, e tu non vedevi i montarozzi d'erba che spuntavano a tradimento come avanguardie della difesa avversaria. Perché dargli il nome di una città e non quello di uno stadio? Chiamarlo José Maria Minella non avrebbe avuto senso, ma Bombonera poteva starci meglio di La Fortaleza , che faceva pensare al Brasile. Forse era stato un difetto della memoria, per cui uno stadio poteva contenere una città e una città non era mai grande come un quartiere. L'enfasi nel calcio è appena una nota a margine. E comunque Mar del Plata era più fantasioso di Piazza del Papa , la voragine di sterrato non lontana dal Mar che in onore di Papa Wojtyla sarebbe diventata una pista di cemento lunga trecento metri e larga centocinquanta, goduria degli sbruffi bravi ad attraversarla su due e quattro ruote in tutte le direzioni...
Mia moglie è la donna più generosa dell’universo; mi ama tanto e qualche volta desidera la mia morte. Dal giorno in cui ho perso volutamente il lavoro, mi guarda storto, mi risponde irritata anche quando provo a farle un complimento. All’improvviso si rasserena; mi scruta come se avesse davanti un cincillà trafitto dal pellicciaio; mi sussurra: “Piccolo…”. Le manie, i tic, le nevrosi, le fissazioni - tutto ciò che di me la inteneriva, quando immaginava che le mie stranezze fossero vibrazioni nella crosta di un’anima geniale - con lo svaporare delle certezze sul mio avvenire, sono diventati un marchio del peccato. Non sopporta più il mio vizio di intonare le mollette ai panni stesi ad asciugare: le mollette gialle agli strofinacci verdi, le mollette beige agli asciugamani marroni, le mollette nere alle canotte bianche. “Dimmi la verità: sei pazzo.” “Forse, ma di certo oggi non più di ieri.” “Caro, hai bisogno di aiuto.” “Quello che faccio non è così strano.” “Ah no?” “Molte casali...