Mia moglie è la donna più generosa dell’universo; mi ama tanto e qualche volta desidera la mia morte. Dal giorno in cui ho perso volutamente il lavoro, mi guarda storto, mi risponde irritata anche quando provo a farle un complimento. All’improvviso si rasserena; mi scruta scientifica, come se avesse davanti un cincillà che muore sboccando sangue; mi sussurra: “Piccolo…”. Le manie, i tic, le nevrosi, le fissazioni - tutto ciò che di me la inteneriva, quando immaginava che le mie stranezze fossero vibrazioni nella crosta di un’anima geniale - con lo svaporare delle certezze sul mio avvenire, sono diventati un marchio del peccato. Non sopporta più il mio vizio di intonare le mollette ai panni stesi ad asciugare: le mollette gialle agli strofinacci verdi, le mollette beige agli asciugamani marroni, le mollette nere alle canotte bianche. “Dimmi la verità: sei pazzo.” “Forse. Di sicuro non lo sono oggi più di ieri.” “Caro, hai bisogno di aiuto.” “Quello che faccio non è poi così strano...
Drew B. bassa 6 agosto 1978: ha inizio il sabba dei bambini che sanno e non parlano, che conoscono il silenzio delle stelle raschiate dalla notte di Valpurga; dei bambini che parlano con il Doppio guardando il tramonto dalla finestra della loro stanza tappezzata di poster di cantantesse e lottatori in tanga. I bambini che sanno come si allungano le tibie (basta allentare i bulloni della barra di titanio conficcata nelle ossa); i bambini che pensano in terza rima e piangono in falsetto; i geni inconfessati che sbavano la minestrina mentre ripetono la lezione di greco senza averlo studiato e compongono inni per il Signore del primo piano, un seviziatore di gatti che ha scontato la pena e ora alleva pitoni di caucciù; i bambini che risolvono le equazioni seduti sul vasino. I geni precoci, gli enfant prodige, Dean, Drew, Macauley, Uto, Matteo, sniffatori di neve a sei anni, alcolisti a nove o (peggio) divoratori di lattughe e semi di chia, gli attori dei monologhi che ricordano al mi...