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| Teo de Palma
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Teo de
Palma, Il sogno che smarrii prima
dell’alba, 1995
Una volta un ingenuo si
rivolse a Teo de Palma definendolo un "artista figurativo".
"Un artista e basta"
rispose lui. Aveva ragione.
Voleva essere considerato un artista
senza aggettivi, non solo per il valore della sua opera, ma per il senso
materiale di una parola che non avrebbe bisogno di specificazioni.
A Teo le definizioni posticce
non potevano piacere, perché il suo sguardo sconfinava dall'orto paesano: arrivava
a Parigi, nel Nord Europa, in America, in Giappone, per tornare a casa con il “mondo
in tasca”. Anche per questo non gli andavano a genio gli improvvisati, i
"ciabattini" (li chiamava così, e non perché disprezzasse il mestiere del calzolaio), quelli che si arrapano nel presentarsi come
figurativi, concettuali, informali, astratti, distratti, calcando il tono
sull'aggettivo più che sul sostantivo. Teo era uno che studiava tanto, e perciò
non sopportava chi non sapeva leggere nemmeno il proprio biglietto da visita.
Chiunque abbia guardato un
acquerello o un libro d’arte di de Palma, sa quanta precisione e quanta
pazienza da orologiaio ci siano nel suo lavoro. La
materia di cui sono fatte le sue rose, le foglie autunnali che riprendono fiato
nell’acqua, è una sostanza che germina di continuo.
Per giorni contati come foglie
Acquerelli e tempera su carta di cm. 70 x 100
Il titolo del quadro riprende un haiku di Jorge Luis Borges:
¿Es o
no es
el
sueño que olvidé
antes del alba?
(Esiste
o no
il
sogno che scordai
prima dell’alba?)
de Palma lo filtra, fissandolo in un endecasillabo senza punto di domanda.
Le mani chiuse a coppa per raccogliere petali e gocce, sembrano sbucare da una ferita, eppure sono gli strumenti della vita che si perpetua. Le mani dell’artefice sono le stesse dell’uomo che ha sete. L’interrogativo nascosto è nella ricerca di un senso da dare alle cose che non concedono al tempo umano l’ultima parola. La fine della vita ha la sua bellezza perché appartiene a un tempo infinito: il ciclo delle stagioni, le parole e i colori che sopravvivono a chi li ha immaginati.
La poesia e il mito hanno un ruolo essenziale nell’arte di de Palma: i titoli delle opere sono spesso versi di poeti, misteriosi, allusivi, chiarissimi; ma non si tratta di semplici citazioni.
Per giorni contati come foglie richiama
un epigramma del poeta Libero De Libero: racconta un’assenza, che nella memoria
di chi parla diventa il frammento di un disegno che non si interrompe mai.
Da
molti inverni la neve si scioglie
e
sempre l’accoglie uno stesso fiume:
foreste
d’anni io trascorsi
per
giorni contati come foglie.
Sempre
al banchetto un posto è vuoto,
io
solo in piedi dico il tuo nome.
(Da Romanzo, 1965)
Tiresia,
2015
Acquerelli, colori vegetali, ruggine, collage di carte dipinte su carta di cm.
50 x 70
Ancora l’acqua, quelle incredibili gocce che hanno la consistenza delle perle e delle biglie di vetro.
Tiresia è l’uomo che, secondo una delle tante versioni del mito greco, Atena “condanna” alla chiaroveggenza, per risarcirlo della cecità con cui lo aveva punito: le aveva mancato di rispetto. Storia lunga. Secondo un’altra versione, il futuro veggente si trasformerà da uomo in donna e da donna in uomo, senza lamentarsene. Il quadro lo rappresenta nella sua natura pansessuale. Tiresia, uomo e donna, ha gli occhi chiusi perché non può percepire la realtà fisica, ma è in connessione interiore con un multiverso inaccessibile a “chi crede / che la realtà sia quella che si vede” (Eugenio Montale, Satura, 1971).
Teo aveva insegnato nei licei per tanti anni, ma il suo mestiere era imparare.
Appropriarsi degli strumenti tradizionali, fare sua una tecnica, immaginarne un'altra da declinare al plurale, attraverso l'uso di materiali inconsueti come la ruggine, e di supporti apparentemente fragili come la carta.
Teo lo conobbi circa vent'anni
fa, non ricordo a casa di chi.
Un amico mi disse che era un
artista e io, credendo che Teo fosse un professore, non capivo il senso di una
parola così generica. Me lo spiegò lui qualche anno dopo.
Teo de Palma (1947-2022), sanseverese, ha iniziato la sua attività artistica alla fine degli anni Sessanta esponendo in collettive e personali in Italia e all’estero. Ha partecipato alle Biennali di Venezia del 2007 e del 2011. Le sue opere sono realizzate con materiali leggeri che evocano uno stretto contatto con la natura: acquerelli, colori vegetali, carte, cere colorate, fili di cotone. Di sé dice: "Nel mio lavoro le tematiche sono da sempre legate all'uso dell’acquerello, su carta, tela o tavola. Tecnica considerata da qualcuno secondaria, per me è quella che più si avvicina all'elemento essenziale della natura: l'acqua".
Per le immagini:

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