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Visualizzazione dei post da 2025

Primo al traguardo

  A - Non ne posso più di confrontarmi con il cretino di turno . B - Ma se parli sempre da solo... A- Lo so.

Dal balcone

Frank S. e la mamma Luce sulla strada   Il 23 dicembre del 2006 dissi a mia madre che non avrei fatto la cresima, perché non credevo in Dio, cioè non mi fidavo di lui. Lei non la prese bene. Da almeno quindici anni le dicevo che la cresima non l'avrei fatta mai, infilando i soliti ragionamenti intorcinati sulla fede che avevo perduto da bambino. "Figlio mio, la cresima devi farla... non potrai sposarti in chiesa sennò..." "Mamma, non voglio sposarmi in chiesa…" "E tua moglie? ti aspetta in chiesa e tu non ci vai, cretino che sei?" E io a spiegarle che ero un uomo fatto, che avevo trentacinque anni, un lavoro, una casa, una coerenza da preservare. "Il lavoro non ce l'hai, la casa è la mia e anche sul resto avrei da ridire." Vivevo con i miei e scrivevo per una rivista che non mi pagava, ma a tutti quelli che mi chiedevano cosa facessi, rispondevo: "Scrivo." Il particolare che omettevo non mi sembrava importante. "Figlio mio,...

Distrazioni

  Matteo Marolla ( disegno di Milius ) Le parole davanti alla musica . È stato così la prima volta che ho incontrato Matteo Marolla, ed è stato così le volte successive; quando lo sentii suonare in un locale del centro storico, che poi è diventato una trattoria e poi non so: i versi di una sua canzone parlavano delle pietre e di una sposa. Mi piaceva quell'associazione misteriosa di parole che non si specchiavano l'una nell'altra. Poi ci siamo incontrati spesso. Una sera mi parlò della " Patafisica " di Alfred Jarry , un autore che diceva di conoscere poco, ma che conosceva meglio di me, e poi altri incontri di due amici che non avevano mai preso un appuntamento. Dei nostri discorsi sempre in sospeso restavano accesi i punti di una continuazione futura, possibile chissà quando, chissà dove (sì, a Sanz , dico in quale via, in quale bar): i punti di sospensione, i punti che si uniscono nel tratto di penna. Sempre le parole e l'inchiostro di mezzo. Ci incontrav...

Una goccia è una goccia è una goccia

Teo de Palma   Teo de Palma, Il sogno che smarrii prima dell’alba , 1995  Una volta un ingenuo si rivolse a Teo de Palma definendolo un "artista figurativo". "Un artista e basta" rispose lui. Aveva ragione. Voleva essere considerato un artista senza aggettivi, non solo per il valore della sua opera, ma per il senso materiale di una parola che non avrebbe bisogno di specificazioni. A Teo le definizioni posticce non potevano piacere, perché il suo sguardo sconfinava dall'orto paesano: arrivava a Parigi, nel Nord Europa, in America, in Giappone, per tornare a casa con il “mondo in tasca”. Anche per questo non gli andavano a genio gli improvvisati, i "ciabattini" (li chiamava così, e non perché disprezzasse il mestiere del calzolaio), quelli che si arrapano nel presentarsi come figurativi, concettuali, informali, astratti, distratti, calcando il tono sull'aggettivo più che sul sostantivo. Teo era uno che studiava tanto, e perciò non sopportava chi no...

L'invito

  Ho saputo ieri della morte di Udo, il grande disturbatore, il plagiario occulto. Che fosse una lettura pubblica, la presentazione di un libro o una conferenza, lui era lì in agguato. Guardava l'autore masticando la bile, si agitava sulla sedia, si rimetteva composto, si allentava il nodo della cravatta; aspettava che il nervoso gli passasse, ma il nervoso non gli passava. Alla fine scoppiava: sputava tutto il veleno che aveva in corpo. A una poetessa che, secondo lui, aveva citato Montale a sproposito, gridò: "Montale l'ho letto anch’io, scema!" Udo era una specie di scrittore. Un dilettante, secondo i suoi detrattori, che poi erano i suoi migliori amici. Gabrio, che, lui sì, era un vero scrittore, non apprezzava le irruzioni di Udo nei dibattiti. Le consegnava alla cronaca delle invidie da disfatta privata, dei malanimi tersitiani, della scontentezza degli storti, dei rospi, dei male abortiti intellettuali di provincia. "È uno sfigato," diceva "e que...

La pipa in prestito

Ti nascondono i morti. Se sei un bambino e i tuoi devono fare festa alla morte per qualcuno che non c’è più: il funerale, il primo viaggio del parente allungato in una Mercedes lussuosa come un panfilo; la sepoltura, il becchino tuo omonimo che si fa cadere di mano la cazzuola e smadonna e dice "Chitemmuor t... " e il morto pensa "Che d’è?" ; quella cosa lì, se sei un bambino non ti ci portano. Non so se sia giusto, ma è così che va di solito. I miei invece ai funerali mi ci portavano.   La moglie di zio Nuccio che grida abbracciata alla bara col marito dentro, è la prima immagine che ho di un morto e di chi lo piange. La semi-zia la rividi cinque anni fa: piegata a metà come un coltello a serramanico, camminava sulla salitella che dalla chiesa madre porta alla chiesa nuova di F., il paese dei miei, dove passavamo le estati. La chiesa nuova la conoscevo bene; era un pezzone di meringa sagomata, tirato su alla fine degli anni Cinquanta dal complotto di un architetto...

"Za!" senza esclamativi

  Vignetta di Leonardo D'Orsi Il giornale non era proprio un giornale (usciva una volta al mese), e morì stravecchio che aveva appena compiuto un anno. Lo avevamo chiamato "Za!", parola che i miei compaesani conoscono bene. "Za!" per dire "vattene via, bestiaccia!", di solito ai cani puzzolenti della miseria triste che gira annusando la merda, propria e altrui; ti somigliano, lo sai, e tu non hai voglia di specchiarti nelle pozzanghere mentre vai a spasso pensando a niente. Qualche volta lo dici ai fastidi della vita, alla sfiga, ai conti che non vogliono tornare. Una sillaba-amuleto contro il malessere in forma di bastardo. Za! Za! cazzo... Za! Il termine però si adattava anche a fissare l'atto del taglio, come variante più perentoria e sciccosa di “Zac!”. L'esclamativo certificava il gesto come l'alzabandiera di un notaio. Nell’autunno del 2004 io e un amico, che chiamerò con lo pseudonimo di Franco Gravino , volevamo "dare fuoco agl...