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L'invito

 


Ho saputo ieri della morte di Udo, il grande disturbatore, il plagiario occulto.

Che fosse una lettura pubblica, la presentazione di un libro o una conferenza, lui era lì in agguato. Guardava l'autore masticando la bile, si agitava sulla sedia, si rimetteva composto, si allentava il nodo della cravatta; aspettava che il nervoso gli passasse, ma il nervoso non gli passava. Alla fine scoppiava: sputava tutto il veleno che aveva in corpo.

A una poetessa che, secondo lui, aveva citato Montale a sproposito, gridò:

"Montale l'ho letto anch’io, scema!"

Udo era una specie di scrittore. Un dilettante, secondo i suoi detrattori, che poi erano i suoi migliori amici. Gabrio, che, lui sì, era un vero scrittore, non apprezzava le irruzioni di Udo nei dibattiti.

Le consegnava alla cronaca delle invidie da disfatta privata, dei malanimi tersitiani, della scontentezza degli storti, dei rospi, dei male abortiti intellettuali di provincia.

"È uno sfigato," diceva "e questo in sé non è né un bene né un male. Ma comportandosi così, ci sputtana tutti, e questo è un male."

Chi fossero i "tutti" di cui parlava Gabrio, non si capiva: gli scrittori locali? gli scrittori e basta? quelli che volevano dire la loro sui destini del mondo? quelli che sapevano “far ballare i tavoli” con le parole, senza la pretesa di dire qualcosa? la minoranza dei dilettanti che scrivevano come professionisti? la maggioranza dei professionisti che scrivevano come dilettanti? In ogni caso, Udo li sputtanava tutti.

Ogni tanto capitava in città uno scrittore abbastanza famoso, quasi sempre un ex convertito alla letteratura: un ex avvocato della Mala del Brenta, un ex pretore a riposo o un ex poliziotto che aveva avuto la fortuna di uccidere un rapinatore in una sparatoria; si era poi saputo che il rapinatore non era un rapinatore, ma un infiltrato della polizia. Benissimo...

L'intoppo aveva una carica patetica sufficiente per costituire il soggetto di un romanzo fiume, campionario di detective lerci sterminatori infarinati di coca, nello stile di James Ellroy. Poteva il poliziotto, quasi ex, lasciarsi sfuggire l'occasione che fa l'uomo scrittore?

"Facile, così... Il romanzo lo ha scritto di culo" diceva Gabrio.

"Perché non ho mai ammazzato nessuno?" sospirava Andrea, che di romanzi ne aveva scritti sette. Gli amici del circolo imagista lo chiamavano “acido proustico” per via della sua fissazione per la Recherche, di cui aveva letto una sostanziosa riduzione delle Edizioni Breviter.

C’erano i poeti con una copia in tasca

Udo raccoglieva in un quaderno gli strafalcioni degli scrittori.

“Durante un incontro sulla Salute dell'industria culturale, il noto scrittore napoletano Filippo D. ha detto: ‘Che le case editrici vivino (sic) di contributi pubblici o privati ecc. ciò non cambia lo stato delle cose... Che gli autori scrivino (risic) opere di pregio o no…’ ecc."

"Interrogato sul significato dell'aggettivo ‘rabido’ (latinismo per rabbioso), usato da Montale in una sua poesia, il poeta Amedeo R. ha risposto: ‘È chiaramente un refuso: voleva dire ‘rapido’…"

"Alla domanda su cosa pensasse degli anni di Salò" lo storico delle religioni Eleuterio F. ha risposto:

‘Sì, me la ricordo, la Repubblica: io nel 1946 votai a favore. In quegli anni vivevo a Salò…’"

Quella che sembrava una battuta sarcastica (lo studioso a diciannove anni era stato repubblichino, ma poi se n'era pentito), era l'espressione di uno stato d'animo turbato da un principio di demenza, ma Udo volle inserire lo stesso il passo tra gli "svarioni non grammaticali", in una sezione a latere della raccolta. 

 


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