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Dal balcone


Frank S. e la mamma


Il 23 dicembre del 2004 dissi a mia madre che non avrei fatto la cresima, perché non credevo in Dio, cioè non mi fidavo di lui. Lei non la prese bene. Da almeno quindici anni le dicevo che la cresima non l'avrei fatta mai, e poi tutti quei discorsi intorcinati sulla fede che avevo perduto da bambino.

"Figlio mio, la cresima devi farla... non potrai sposarti in chiesa sennò..."

"Mamma, non voglio sposarmi in chiesa."

"E tua moglie? ti aspetta in chiesa e tu non ci vai, cretino che sei?"

E io a spiegarle che ero un uomo fatto, che avevo trentasei anni, un lavoro, una casa, una coerenza da preservare.

"Il lavoro non ce l'hai, la casa è la mia e anche sul resto avrei da ridire."

Vivevo con i miei e scrivevo per una rivista che non mi pagava, ma a tutti quelli che mi chiedevano cosa facessi, rispondevo:

"Scrivo..."

Il particolare che omettevo non mi sembrava importante.

"Figlio mio, fai quello che vuoi. Non credi in Dio? pazienza, ma almeno a messa vacci."

"No, mamma, non ci vado a messa: ho una dignità, io!"

"Non ti chiedo tanto: vai a messa, ricevi la comunione e ogni tanto ti confessi; poi fai quello che vuoi."

"Mamma, no!"

"Vacci almeno alle feste comandate..."

"Noneee!"

"I tuoi amici ci vanno. Vedi come sono cresciuti bene? Peppino fa il medico, Vito insegna, Aurelio è ingegnere..."

"Aurelio è in galera…"

"Ma ha la fede: uscirà presto, vedrai!"

Quel Natale andai a messa con Peppino, Vito e altri amici che avevano fatto una buona riuscita. Aurelio non c'era, ma alla messa di Natale del 2007 ci sarebbe stato di sicuro.

 

Saltare un animale

 

In attesa che il prete annunciasse il "segno di pace", stendevo la mano destra per farla asciugare: ruotavo il polso sul perno del tendine, perché la palma non aderisse al jeans. Sudavo dalle mani e temevo una brutta figura. Pare che il fatto di sudare dalle mani dipenda dal sistema nervoso simpatico: me l’ha detto Aurelio, a cui non invidiavo la fede, ma le mani asciutte come centrini di sughero[1]. Dopo la messa di mezzanotte si andava a giocare a carte a casa di qualcuno. Il mio terrore, ché non sapevo giocare a carte: ogni volta dovevano rispiegarmi le regole del sette e mezzo, gioco per me complicatissimo. Quello che mi metteva più ansia però era lo zompacavallo, che richiede un’incredibile prontezza di riflessi. Allora proponevo a un amico di giocare in società: lui avrebbe partecipato tecnicamente alla smazzata, io avrei messo i soldi. Accettavano tutti. Una mia amica, dopo che le avevo chiesto di giocare al posto mio, mi parlò schietta:

"Dimmi una cosa: tu non giochi a carte..."

"No."

"Non sai ballare..."

"Già…”

"Mi hanno detto che non guidi nemmeno."

"Eh..."

"Si può sapere cosa cazzo fai?"

"Scrivo" risposi, rosso di vergogna.

 

L’altra cucina

 Il piatto nazionale della mia città è il tacchino arreso. Si mangia soprattutto a Natale ed è molto buono, col brodo che bagna sensualmente il pane secco e la scamorza e la mozzarella e il caciocavallo, a confortare la carne di un tacchino morto di gioia: non mi piace neanche un po’. Non mi è mai piaciuto, anche se apprezzo tutti i suoi ingredienti, presi uno per uno.

I miei genitori, che pure venivano da un’altra regione, ogni tanto lo cucinavano per mio cognato e per qualche amico indigeno. Mio padre e mia madre facevano la gara a chi lo cucinava meglio, sebbene quel piatto foresto (buonissimo, eh!) non piacesse a nessuno dei due. Io che il tacchino arreso non mi piace non avrei dovuto dirlo, ma per fortuna ora vivo in un posto lontano, dove neanche il pensiero assassino di un cerimoniere accademico delle pietanze paesane potrebbe raggiungermi. Qui ho conosciuto una commessa di Trinitapoli e un pompiere di Sasso Marconi, con cui di cucina locale non si parla mai. Se capita, gli dico che il tacchino arreso è il mio piatto preferito.

 

I botti di Capodanno 

A S. mai accesa neanche una stellina, di quelle timide che sfrigolano prima degli spari di mezzanotte.Ma qui, nel mio eremo boreale, faccio un casino che schianta il cuore delle anatre in vacanza sul lago. Mi affaccio al balcone e grido questi versi di Iosif Brodskij tradotti in italiano:

Al Nord, ammesso che credano in un Dio,

questi somiglia al capo carceriere

che spianava le ossa a tutti noi…

Al Sud, dov’è raro il bianco manto,

credono in Gesù Cristo in quanto fuggitivo:

nacque su strame di sabbia nel deserto,

e morì pure, sembra, sotto il cielo aperto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Credo che non abbia sudato dalle mani neanche quando lo arrestarono per quella faccenda dei materiali da costruzione difettosi, e forse neanche dopo, quando lo condannarono.

(Pubblicato su "Andiamo!", dicembre 2025)

https://andiamosansevero.com/pezzetti-di-natale/

















     

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