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| Frank S. e la mamma |
Luce sulla strada
Il
23 dicembre del 2006 dissi a mia madre che non avrei fatto la cresima, perché
non credevo in Dio, cioè non mi fidavo di lui.
Lei
non la prese bene. Da almeno quindici anni le dicevo che la cresima non l'avrei
fatta mai, infilando i soliti ragionamenti intorcinati sulla fede che avevo
perduto da bambino.
"Figlio
mio, la cresima devi farla... non potrai sposarti in chiesa sennò..."
"Mamma,
non voglio sposarmi in chiesa…"
"E
tua moglie? ti aspetta in chiesa e tu non ci vai, cretino che sei?"
E
io a spiegarle che ero un uomo fatto, che avevo trentacinque anni, un lavoro,
una casa, una coerenza da preservare.
"Il
lavoro non ce l'hai, la casa è la mia e anche sul resto avrei da ridire."
Vivevo
con i miei e scrivevo per una rivista che non mi pagava, ma a tutti quelli che
mi chiedevano cosa facessi, rispondevo:
"Scrivo."
Il
particolare che omettevo non mi sembrava importante.
"Figlio
mio, fai quello che vuoi. Non credi in Dio? pazienza, ma almeno a messa vacci."
"No,
mamma, non ci vado a messa: ho una dignità, io!"
"Non
ti chiedo tanto: vai a messa, ricevi la comunione e ogni tanto ti confessi; poi
fai quello che vuoi."
"Mamma,
no!"
"Vacci
almeno alle feste comandate..."
"Noneee!"
"I
tuoi amici ci vanno. Vedi come sono cresciuti bene? Peppino fa il medico, Vito
insegna, Aurelio è ingegnere..."
"Aurelio
è in galera…"
"Ma
ha la fede: uscirà presto, vedrai!"
Quel
Natale andai a messa con Peppino, Vito e altri amici cresimati. Aurelio non
c'era, ma alla messa di Natale del 2009 ci sarebbe stato di sicuro.
Ansia e cavalli
In
attesa che il prete annunci il "segno di pace", stendo la mano destra
per farla asciugare: ruoto il polso sul perno del tendine, perché la palma non aderisca
al jeans. Sudo dalle mani e temo una brutta figura. Pare che il fatto di sudare
dalle mani dipenda dal sistema nervoso simpatico: me l’ha detto Aurelio, a cui più
della fede invidio le mani asciutte come centrini di cotone[1]. Dopo la messa, di solito
si va a giocare a carte a casa di qualcuno, quasi sempre uno sconosciuto, amico
o mezzo parente di qualcun altro di cui non ricordiamo il nome. Detesto giocare
a carte: ogni volta devono rispiegarmi le regole del sette e mezzo, gioco per me complicatissimo. Non mancano assurdità
come scala quaranta, poker, bridge, briscola, tressette
e, in cima alla piramide dell’ansia, il terrificante zompacavallo, che richiede una notevole rapidità di riflessi.
Allora propongo a un amico di giocare in società: lui parteciperà tecnicamente
alla smazzata, io metterò i soldi. Accettano tutti. Una mia amica di idee
liberali, dopo che le ho chiesto di sostituirmi nel gioco, mi parla schietta:
"Dimmi
una cosa: tu non giochi a carte..."
"No."
"Non
vai a ballare..."
"Già…”
"Mi
hanno detto che non guidi nemmeno."
"Eh..."
"Si
può sapere cosa cazzo fai?"
"Scrivo"
rispondo, rosso di vergogna.
[1] Credo
che non abbia sudato dalle mani neanche quando lo arrestarono per quella
faccenda dei materiali da costruzione difettosi, e forse neanche dopo, quando
lo condannarono.
L'altra cucina
Il piatto nazionale della mia città è il tacchino arreso. Si mangia soprattutto a Natale ed è molto buono, con la sensualità del brodo che bagna il pane secco e la scamorza e la mozzarella e il caciocavallo, a confortare la carne di un tacchino morto di gioia: non mi piace neanche un po’. Non mi è mai piaciuto; apprezzo tutti i suoi ingredienti, presi uno per uno, ma l’insieme mi disgusta; cosa che ai miei concittadini non ho mai avuto il coraggio di confessare.
Una
sera ho toccato l’argomento con una commessa di Trinitapoli e con un pompiere
di Sasso Marconi, che evitano la carne di tacchino per una forma di protesta
contro l’imperialismo americano; ma il confronto stava sconfinando nel patetico
(anche perché il tacchino piace molto a entrambi) e l’ho troncato subito.
I
miei genitori, che pure venivano da un’altra regione, ogni tanto il tacchino arreso lo cucinavano per mio
cognato e per qualche amico indigeno. Mio padre e mia madre facevano la gara a
chi lo cucinava meglio, sebbene quel piatto foresto così saporito non piacesse
a nessuno dei due.
I botti di Capodanno
A S. mai accesa neanche una stellina, di quelle timide che sfrigolano prima degli spari di mezzanotte. Ma qui, nel mio eremo boreale, faccio un casino che schianta il cuore delle anatre in vacanza sul lago. Mi affaccio al balcone e grido questi versi di Iosif Brodskij tradotti in italiano:
Al Nord, ammesso che credano in un Dio,
questi somiglia al capo carceriere
che spianava le ossa a tutti noi…
Al Sud, dov’è raro il bianco manto,
credono in Gesù Cristo in quanto fuggitivo:
nacque su strame di sabbia nel deserto,
e morì pure, sembra, sotto il
cielo aperto.
[1] Credo
che non abbia sudato dalle mani neanche quando lo arrestarono per quella
faccenda dei materiali da costruzione difettosi, e forse neanche dopo, quando
lo condannarono.

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