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La pipa in prestito




Ti nascondono i morti. Se sei un bambino e i tuoi devono fare festa alla morte, perché qualcuno non c'è più: dico un funerale, il primo viaggio del parente allungato in una Mercedes lussuosa come un panfilo; la tumulazione; il becchino tuo omonimo che si fa cadere di mano la cazzuola e smadonna e dice "Chitemmuort..." e il morto pensa "Che d’è?"; quella cosa lì, insomma, se sei un bambino non ti ci portano. Non so se sia giusto, ma è così che funziona.

La moglie di zio Tore, abbracciata alla bara con mio zio dentro, è la prima immagine che io ricordi di un morto e di chi lo piange. La "mezza zia" la rividi cinque anni fa: piegata a metà come un coltello a serramanico, camminava sulla salitella che dalla chiesa madre portava alla chiesa nuova del paese. In quel pezzone di meringa sagomata, ci sono stati quasi tutti i matrimoni e i funerali della mia famiglia. La donna aveva preso la forma del coltello abbracciando la bara del marito; ci si era appesa coi suoi quarantasei chili mentre la sollevavano per portarla al cimitero. La bara, con lei appesa. Prese quella forma di coltello piegato e non la lasciò più. Cinquant'anni dopo, ne aveva novantacinque e conservava nei muscoli secchi la carogneria della resistenza alla morte. Resisteva da vedova fresca appesa alla bara, continuava a resistere cinquant'anni dopo, appesa alle occhiate dei compaesani che pensavano: e quando muore, questa?

Non ho mai saputo il suo nome: in famiglia la chiamavano tutti zia di zio Tore.

Qualche sera prima di morire, zio Tore aveva avuto uno sbocco di sangue nero come il vino. Quando morì avevo undici anni, ma i miei ricordi di quel periodo sono limpidi. Stavo per dire che la faccia di zio Tore, che pareva ritagliata da un cuscino di lana, la sua malinconia di fumo e di Aglianico, i suoi pochi sorrisi, sono cose che non si dimenticano facilmente, ma non è vero: avrei dimenticato tutto, se zio Tore non fosse stato il mistero che era. A modo suo, certo; ma tutti sono qualcosa a modo loro. Una foto in bianco e nero incastonata in una cornice di argentone, lo ritraeva con la divisa della banda comunale, un sassofono posato sulla spalla come un fucile. La foto mi guardava dal tavolino dell'anticamera, ogni volta che entravo in casa sua; mi faceva un effetto strano: zio suonava nella banda del paese, ma io non ricordo di averla mai vista, la banda del paese. Forse esisteva e suonava altrove perché in paese non c'erano santi da festeggiare, o forse era la banda di un paese vicino o di un altro lontano in cui mio zio aveva vissuto da giovane. Nella foto però zio Tore non sembrava tanto giovane. Io mio zio non l'ho mai sentito suonare, né il sax né gli altri strumenti che teneva in casa, in uno stanzino con la porta vetrata, e ne aveva tanti: oltre al sax, una fisarmonica, tre chitarre ritmiche, una tromba, un banjo, sei clarinetti, un oboe, tre flauti traversi, due flauti dolci, un flicorno e una pianola, che in realtà era una spinetta, copia di una "Zenti" del Seicento. L'inventario, così grossolano, l'ho ripreso dall'elencazione del robivecchi a cui zia di zio Tore aveva consegnato le "inutilerie" di cui era giusto disfarsi dopo la morte del marito. Gli strumenti splendevano della giovinezza delle cose incartate nel cellophane, tanto luccicavano vergini, senza impronte e perlage salivari. Era forse quella l'arte in cui zio Tore eccelleva: darla a bere al mondo quando il bevitore era lui? Non lo so, ma zio Tore, che fosse un vero musicista o un cazzaro da posa fotografica, aveva fantasia. Era un inventore al di là dell'arte che si fa per un richiamo dell'ombra o per desiderio di ribalta. Un artista, a modo suo, ma ognuno è qualcosa (o non lo è) a modo suo, l'ho già detto. Era anche un collezionista; collezionava pipe e strafalcioni di scrittori famosi. Non essendo lui né un fumatore di pipa né uno scrittore, e questo lo so per certo. 

"In un incontro sulla Salute dell'editoria e dell'industria culturale il noto italianista Filippo D. ha detto: "Che le case editrici vivino di contributi pubblici o privati ecc. ciò non cambia lo stato delle cose... Che gli autori scrivino opere di pregio o meno ecc."

"Interrogato sul significato dell'aggettivo "rabido" (latinismo per "rabbioso"), usato da Montale in una sua poesia, il poeta Amedeo R. ha risposto: "E' chiaramente un refuso: voleva dire rapido."

"Alla domanda su cosa ricordasse degli anni di Salò" lo storico delle religioni Eleuterio F. Ha risposto:

"Sì me la ricordo, la Repubblica: io nel 1946 votai a favore. In quel periodo vivevo a Salò."

Quella che sembrava l'uscita sarcastica di un ex repubblichino (com'era stato effettivamente lo studioso a diciannove anni: "Ero così giovane..."), era l'espressione scattosa di un principio di demenza, ma zio Tore volle inserire lo stesso il passo tra gli svarioni, in una sezione a latere della raccolta.

    




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