Ti nascondono i morti. Se sei un bambino e i tuoi devono fare festa alla morte per qualcuno che non c’è più: il funerale, il primo viaggio del parente allungato in una Mercedes lussuosa come un panfilo; la sepoltura, il becchino tuo omonimo che si fa cadere di mano la cazzuola e smadonna e dice "Chitemmuort..." e il morto pensa "Che d’è?"; quella cosa lì, se sei un bambino non ti ci portano. Non so se sia giusto, ma è così che va di solito.
I miei invece ai funerali mi ci portavano.
La moglie di zio Nuccio che grida abbracciata alla bara col marito dentro, è la prima immagine che ho di un morto e di chi lo piange. La semi-zia la rividi cinque anni fa: piegata a metà come un coltello a serramanico, camminava sulla salitella che dalla chiesa madre porta alla chiesa nuova di F., il paese dei miei, dove passavamo le estati. La chiesa nuova la conoscevo bene; era un pezzone di meringa sagomata, tirato su alla fine degli anni Cinquanta dal complotto di un architetto senza entusiasmo e di un ingegnere senza illusioni. Lì ci sono stati quasi tutti i battesimi, i matrimoni e i funerali della mia famiglia. Zio Nuccio non poteva fare eccezione. La moglie si era appesa alla bara con i suoi quarantatré chili, mentre la sollevavano per portarla al cimitero. La bara con lei appesa; i necrofori la scrollarono via a fatica, ché era una donna piccola ma tignosa e forte come un camallo genovese.
Fu
allora che prese quella forma di coltello piegato e non la lasciò più.
Cinquant'anni dopo, ne aveva novantacinque e conservava nei muscoli secchi la
carogneria della resistenza alla morte. Resisteva da fresca vedova appesa alla
bara, continuava a resistere cinquant'anni dopo, appesa alle occhiate dei
compaesani che forse pensavano: quando muore questa?
Non ho
mai saputo il suo nome; in famiglia la chiamavano tutti zia di zio Nuccio.
Qualche
sera prima di morire, zio Nuccio aveva avuto uno sbocco di sangue nero come il
vino. Me lo ricordo bene, zio Nuccio, anche se quando morì avevo sette anni.
Stavo
per dire che sua la faccia, che pareva ritagliata da un cuscino di lana, la sua
malinconia di fumo e di Aglianico, i suoi pochi sorrisi, sono cose che non si
dimenticano facilmente, ma non è vero: avrei dimenticato tutto, se zio Nuccio
non fosse stato il fantasista che era. A modo suo, ovvio; ma tutti sono
qualcosa a modo loro. Incastonata in una cornice di argentone, una foto in
bianco e nero lo ritraeva con la divisa della banda musicale, il sassofono poggiato
sulla spalla come un fucile nel presentat’arm.
La
foto mi guardava dal tavolino dell'anticamera, ogni volta che entravo in casa
sua.
Zio Nuccio
suonava nella banda del paese, ma io non ricordo di averla mai vista, la banda
del paese. Io mio zio non l'ho mai sentito suonare, né il sax né gli altri
strumenti che teneva in casa, in uno stanzino con la porta vetrata, e ne aveva parecchi:
oltre al sax, una fisarmonica, tre chitarre ritmiche, una tromba, un banjo, sei
clarinetti, un oboe, cinque flauti traversi, due flauti dolci, un flicorno e
una pianola, che in realtà era una spinetta, copia di una "Zenti" del
Seicento. L'inventario l'ho ricopiato dall'elenco del robivecchi a cui zia di
zio Nuccio consegnò le inutilerie di cui voleva disfarsi dopo la morte del
marito. Gli strumenti splendevano della giovinezza delle cose incartate nel
cellophane, luccicavano vergini, senza impronte e perlage di saliva.
Era
forse quella l'arte in cui zio Nuccio era più bravo, darla a bere al mondo
quando il bevitore era lui? Non lo so, ma che zio Nuccio fosse un vero
musicista o un cacciaballe da posa fotografica, aveva fantasia. Era un
inventore al di là dell'arte che si fa per richiamo dell'ombra o desiderio di
ribalta. Era una specie di pittore: dipingeva brutti quadri a olio e a tempera,
di cui distinguevi la tecnica perché lui si premurava di specificarla nella
firma; ci teneva a sottolineare che si trattava di un “olio” o di una
“tempera”, se no mica l’avresti capito.
A meno
che non fossi stato un esperto, e a un esperto quelle nature morte male e quei
paesaggi lucani dai colori decisi, chiari scacati o troppo scuri, non avrebbero
suggerito pensieri allegri.
Zio Nuccio
era anche un poeta: faceva sonetti; “faceva” e non “scriveva” perché non
scriveva quasi niente: li metteva insieme nella testa e li diceva ad alta voce:
erano versi vagamente satirici, considerazioni sulla condizione umana di uno
che guardandosi allo specchio riconosceva l’imbroglio dell’immagine “infida e
sincera”. Non era sua la pelle graffiata dalla lametta, non era suo il sangue
che dalla radice del naso scendeva nella conchetta del labbro. Filosofeggiava.
Una
cosa però l’aveva scritta:
Buona Pasqua a te e ai morti
Io un agnello posso risparmiarlo
se non vuole truccarsi da maiale;
è al mio sguardo di porco inanimato
che non risparmierò le reprimende
di chi vede nel vetro ben riflesso
il volto di chi meno gli vuol bene
(magari non un porco, certo un fesso).
Ricambio affettuoso la penitenza
con l'abbraccio del retore al poeta
in attesa di gioie più tremende
della prossima domenica cristiana
(non credo in Dio, credo nella credenza)
e che una volta almeno il lunedì
non sia il più amaro della settimana.
Zio Nuccio
l’aveva scarabocchiata con la sua grafia bimba su una cartina da sigarette.
Non
era un sonetto, e allora?
Zia di
zio Nuccio dell’artista non aveva niente, se non si considera arte camminare
controvento sulla salita che porta dalla chiesa madre alla chiesa nuova con
addosso i dolori dell’artrosi e le ossa che scrocchiano a ogni passo e
sorridere ai paesani e dirgli Buongiorno
anche se il cuore è uno straccio bagnato. Avere fede è una specie di arte anche
quella.
Zio Nuccio
in Dio non ci credeva, però con la moglie non litigava mai per questioni religiose;
lei lo accudiva come si fa col parente un po’ così, sbarellato e con l’anima
storta, sapendo che se sei fatto in un certo modo, non devi essere aggiustato
come un congegno che non fa più il suo dovere, specie se il congegno il suo
dovere non l’ha mai fatto. Zio Nuccio beveva tanto, ma quando era ubriaco era
più dolce di una marmellata di mele cotogne e non smoccolava mai, né aveva lo
sguardo cattivo degli ubriachi che ce l’hanno col mondo.
Zio Nuccio
non ce l’aveva mai con nessuno; lavorava il giusto e gli piaceva buttare
qualche spicciolo giocando alla zecchinetta con gli amici. Davvero pochi
spiccioli, quelli che zia gli dava per giocare, sapendo che i soldi veri li
avrebbe spesi per il vino (e comunque non andava mai oltre i cinque litri al
giorno: non era mica un alcolizzato).
Per
questo zio le voleva bene, anche se non era stata bella neanche a vent’anni, e
lui da giovane nel mazzo degli uomini che piaciucchiano poteva starci.
Una
volta le confessò che si era innamorato di un’altra donna. Si chiamava Arianna,
era una commessa di farmacia che pareva la sorella bona di Tina Anselmi e aveva
tutti i denti in bocca.
“Cara,
ti dispiace?” le disse intaccando la lonza col coltello.
“Uh
Maria Vergine, e chi è questa?”
“La farmacista.”
“Ma
sei scemo? Ha ottantasei anni!”
“Non
dico Franca… la figlia.”
“Franca
ha due figli maschi…”
“Ah…”
“E poi
ti pare che una stravecchia così possa avere una figlia di venticinque anni?”
“Va
bene, non è la figlia di Franca... Comunque me ne sono innamorato.”
“Di
Franca?”
“Della
figlia.”
“Non è
la figlia!”
“Insomma,
che ne pensi?”
“Cosa
vuoi che ne pensi? Se proprio ci tieni, ti lascio andare.”
“Dove
mi lasci andare?”
“Non
vuoi stare con la tua amante?”
“L’ho
vista per la prima volta stamattina in farmacia. Ci ero andato per comprare le
pastiglie per la gola. Sai quanto mi piacciono.”
“E
allora perché cavolo mi hai detto che la ami?”
“Volevo
fartelo sapere. Mi riposo un po’ prima di cena.”
Le
confessava tradimenti che non diventavano mai relazioni sessuali, quella roba
coi coiti, le piante dei piedi stampate sul vetro del lunotto, le scoregge
vaginali e tutto il resto. Consumava ogni rapporto nell’immaginazione: l’incontro
casuale in un negozio o nella piazza della Pigna, il primo e l’ultimo
appuntamento e l’addio di un patetismo controllato:
“Mi sa
che voglio ancora bene e mia moglie.”
Per
lui era più giusto confessare relazioni finte che tenere nascoste quelle vere,
troppo ansiogene, immaginava, vissute tra alberghetti zozzi (che in paese non
c’erano) e urli da contorsionisti inscatolati nell’abitacolo di un treruote.
Tra
l’altro, al treruote di zio gli si era rotto il motore da anni, e lui non aveva
pensato mai di farlo aggiustare.
Zio Nuccio
guardava la vita con gli occhi di chi ha perso la partita per abbandono, ma non
si lamenta né con l’avversario né con l’arbitro, perché non è il caso.
Zia di
zio Nuccio, invece, quando le cose non andavano per il verso giusto, si sfogava
un po’ col Principale, Dio di qua, Cristo di là, ma alla fine diceva che il
verso era sempre giusto
“Se Gesù
vuole così…”
Non
era superstizione o paura del castigo. Da donna devota qual era, non discuteva
le Sue decisioni, ma ogni tanto doveva sfogarsi nominandolo a sproposito. Gesù
avrebbe capito.
Gesù
lo conobbi a casa degli zii un pomeriggio di luglio.
Avevo
notato un piccolo crocefisso appeso alla parete del tinello, accanto a un finto
arazzo di soggetto bucolico, pieno di pastori che suonavano il piffero e di
pecore che li ascoltavano scimunite col muso in su.
“Chi è
quello?” chiesi a zia di zio Nuccio, indicando il Cristo in croce.
“Gesù
Cristo.”
”Chi?!”
“Gesù
Cristo, il figlio di Dio. È morto sulla croce per noi.”
“Che cretino…”
Il
fatto di morire per qualcuno lo interpretavo in senso para-letterale, come il
morire al posto di un altro per risparmiargli
la scocciatura.
L’accollo
del volontario a noi altri conveniva, però quel Gesù non lo capivo proprio.
Zia di
zio Nuccio mi rimproverò bonariamente:
“Non
si dicono queste cose…” scuotendo la mano aperta nel gesto delle mazzate. Sorrideva,
eppure avevo quasi bestemmiato.
Zio Nuccio
invece scoppiò in una tosse di risate che gli gonfiarono le guanciotte viola.
“No,
Gesù non è stato furbo… e neanch’io… neanch’io…” ripeteva.
Un
giorno mi diede una delle sue pipe: era bella, lucida di cera di carnauba, col
fornello di radica e il bocchino di ebanite. Anche di pipe zio Nuccio ne aveva parecchie:
di terracotta, di ceramica, di pannocchia, di sepiolite, di gesso; aveva pure
un narghilè e un bong, che poi sarebbe la pipa ad acqua.
Quell’oggetto
incredibile cominciai subito a giocarci: lo rigiravo tra le mani attribuendogli
le forme più strambe che la mia fantasia potesse riconoscere nelle sue bombature;
correvo intorno al tavolo del soggiorno e, a seconda che la pipa fosse girata
verso destra o verso sinistra, in posizione verticale o in orizzontale, ci
vedevo un transatlantico in orbita nello spazio; un elefante marino con la cifosi;
una lumaca che dirige un’orchestra di fiati; il Dottor Zero che grida “Il mondo
è mioooo!” mentre gli fuma il sedere; un soldato greco disteso sulla spiaggia
di Agios Prokopios per rosolarsi il cranio
dopo la battaglia.
Zio Nuccio
si divertiva a guardarmi mentre girellavo intorno al tavolo con la sua pipa in
mano.
Zia si
divertiva un po’ di meno:
“Uh,
com’è strano quel bambino… e se diventasse come te?”
“Io non
giocavo con le pipe.”
“Anche
tu rigiravi cose tra le mani raccontando storie, me lo ricordo bene.”
“Mai
usata una pipa.”
“No,
quella no: tuo padre fumava le nazionali.”
Ero
convinto che la pipa zio Nuccio me l’avesse regalata; me l’aveva solo prestata
per mezz’ora, e ammetto che quando me la chiese indietro ci rimasi male.
“L’ho
promessa alla zia.”
“Ma
va’! Cosa vuoi che me ne faccia di una pipa?” disse lei.
Dopo
la morte di zio Nuccio, la zia, piegata a metà come un coltello a serramanico, cominciò
a frequentare l’osteria del paese, dove riconosceva in un calco nel fumo l’assenza,
più acuta presenza del marito, ubriaco ma non troppo.
Ci
andava tutti i venerdì sera dopo la messa delle sette: beveva un boccale di
vino frizzante pieno fino all’orlo; uno solo e annacquato, con quattro cubetti
di ghiaccio che galleggiavano nella schiuma; giocava pochi spiccioli alla
zecchinetta (“Ecco cos’era… tutto qui? Che gioco scemo…”) e, scrocchiando sui
passi, tornava a casa. Prima di mettersi a letto, sbrigate a mente le
preghiere, masticava qualche boccata dalla pipa che zio Nuccio le aveva lasciato
in eredità. Al robivecchi le aveva date tutte tranne quella, anche se ci aveva
pensato non poco, perché era una “cosa davvero inutile”, ma era anche l’unico
regalo che lui le avesse fatto in trentadue anni.

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