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Retrobottega del rètore



Immagine di Sarah DeRemer


L'editing va fatto prima di tutto sui nostri pensieri.
Il "visto, si stampi" vale solo per le parole meno perentorie.
Ogni tanto, come formula igienica, ammettere di aver detto una stronzata; ciò darebbe all'irritante "l'avevo detto" un senso di quieta franchezza: chi ammette di avere sbagliato, intenerisce gli ascoltatori a cui sarebbe piaciuto a prescindere.
Dare ragione all'interlocutore anche se ha torto, e poi finirlo usando le sue parole contro di noi.
Non citare Voltaire a sproposito.
Non citare nessuno scrittore a sproposito.
Non citare nessuno scrittore.
Meglio rubargli un pensiero e dire che è nostro; nel peggiore dei casi, si farebbe la fine di Lello Arena in Ricomincio da tre ("Chi parte sa da cosa fugge...").
Non fare pesare all'interlocutore la nostra superiorità culturale, a meno che quello più colto non sia lui.
Rispettare chi non la pensa come noi, quando abbiamo torto.
Non rispettarlo, quando abbiamo ragione.
In entrambi i casi, mettergli le mani addosso solo se ci piace fisicamente.
Mai sfidare un intellettuale a un pubblico dibattito. Se il dibattito è in tv e abbiamo accettato di parteciparvi, cerchiamo di sudare meno dell'avversario. Sudiamo quanto vogliamo solo alla radio.
Non dire mai all'interlocutore: "Non capisci una mazza", a meno che non si abbia una mazza in mano e si voglia usarla.
Trattare coi guanti l'interlocutore, specialmente se è un'interlocutrice. Se è molto più grossa di noi, parare i colpi e scappare il prima possibile.
Difendere le proprie idee fino alla fine, non dico della vita, ma almeno del dibattito.
Non fare la faccia sprezzante-travaglina con l'interlocutore di cui non condividiamo le idee: potrebbe accadere mentre ci stiamo radendo.
Quando si è alle corde, simulare uno svenimento. Se la simulazione non riesce, svenire davvero.
Rimproverare il pubblico che ci ha applaudito dopo una stupidaggine, e dire che è stato il nostro avversario a doppiarci mentre sbadigliavamo.
Oppure dare la colpa all'alcol.

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