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Festa di compleanno

 

Drew B. bassa


6 agosto: ha inizio il sabba mistico dei bambini che sanno e non parlano, che conoscono il silenzio delle stelle abrase dalla notte di Valpurga; dei bambini che parlano con il Doppio guardando il tramonto dalla finestra della loro stanza tappezzata di poster di cantantesse e lottatori in tanga.

I bambini che sanno come si allungano le tibie (basta allentare i bulloni della barra di titanio conficcata nelle ossa); i bambini che pensano in terza rima e piangono in falsetto; i geni inconfessati che sbavano la minestrina mentre ripetono la lezione di greco senza averlo studiato e compongono inni per il Signore del primo piano (un seviziatore di gatti che ha scontato la pena e ora alleva pitoni di caucciù); i bambini che risolvono le equazioni seduti sul vasino. I geni precoci, gli enfant prodige, Dean, Drew, Macauley, Uto, Matteo, sniffatori di neve a sei anni, alcolisti a nove o (peggio) divoratori di lattughe e semi di chia, gli attori dei monologhi che ricordano al millimetro il luogo in cui il sangue di Yorick è stato assorbito dalla terra. I bambini che prenderanno il tuo posto, gli ingegneri costruttori di ponti cibernetici, inventori di app e amministratori delegati, giuristi che no, non sono stati loro a infilare le banane sotto il cuscino del sofà. I bambini, i bàmbini secondo Davide che mette l’accento dove capìta, le verità non scritte che luccicano nella pupilla di Socrate, i bambini che salveranno il mondo dal diluvio e dalla peste e ti prendono per mano e ti chiamano zio anche se non hai sposato la sorella del padre. I bambini, uomini molto bassi che possono uccidere senza andare in galera; Rocky che grida “Adrianaaaaaa!”: Adriana la baby sitter, che davanti alla tv piange disperata: “Cosa ci dico adesso ai genitori di Rocky, quel delinquente? Ce l’avevo detto di non uscire, di non fare a botte…”; Kim, “fai prima a saltarlo che a girargli intorno”, mangia bombe alla crema al Bar Forattini.

Fateli sparare, fategli fare la guerra, schiacciare il bottone dell’atomica sbattendo le palpebre, soffiando forte sulle candeline. 

Happy birthday to youuuu,

happy birthday to youuuuu,

happy birthday Mr. Presideeent.

Happy birthday to youuuuuu…

 

 

 


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E poi la musica

  Bevevamo il Nero di Troia  cercando un vento freddo tra gli ulivi quando imbracciava la fisarmonica e io ficcato in una buca, la cera nelle orecchie, un maccaturo in bocca per non dirgli che suonava a morto che detestavo le sue canzoni  - io ero Ulisse e lui la sirena dell'amore chiaro inappagato - quando chiudeva gli occhi  e annusava il battito della campagna per inseguire le note più lontane - sorridevo balordo, gli gridavo  ancora.       Venere spastica moriva per lui ballava nel fuoco come un pipistrello.

Parole mie non mie

István Nyers Il dialetto lo capisco, ma non lo parlo. Quando provo a parlarlo, non capisco né quello che dico io, né quello che mi dice il mio interlocutore. Il dato in sé è banale: ce ne sono parecchi di sanseveresi che non parlano il dialetto; ma tutti o quasi hanno la giustificazione di essere emigrati molto giovani. Una mia compagna di liceo si trasferì a Volterra dopo la maturità . Un mese più tardi mi telefonò. Faticai a riconoscerne la voce, perché aveva foderato il suo accento di una quantità urticante di aspirate e di interiezioni, che pretendevano di suonare toscane. Quel camuffamento sembrava il segno di un disagio. Era partita per non tornare; il viaggio di sola andata la costringeva a una metamorfosi. I primi ad accorgersene dovevano essere i compaesani. Io invece l’integrazione l’ho cercata a casa mia. Quando vivevo a San Severo , spesso mi chiedevano di dove fossi.   Un tale una volta mi ha detto: "Hai un chiaro accento laziale. Sei qui per lavoro o per amore?...