Orfeo non legge la musica
Mia
moglie mi ama tanto, e perciò è raro che desideri la mia morte; se accade, è
per un eccesso di generosità che me la rende ancora più cara.
Dal
giorno in cui ho perso volutamente il lavoro, mi guarda storto, mi risponde velenosa
anche quando provo a farle un complimento.
All’improvviso
si rasserena; mi scruta come se avesse davanti un cincillà trafitto dall’ago
del pellicciaio; mi sussurra: “Piccolo…”.
Le
manie, i tic, le nevrosi, le fisse - tutto ciò che di me la inteneriva, quando
immaginava che le mie stranezze fossero vibrazioni nella crosta di un’anima
geniale - con lo svaporare delle certezze sul mio avvenire, sono diventati un
marchio del peccato.
Non mi
perdona più il vizio di intonare le mollette ai panni stesi ad asciugare: le
mollette gialle agli strofinacci verdi, le mollette beige agli asciugamani
marroni, le mollette nere alle canotte bianche.
“Dimmi
la verità: sei pazzo.”
“Forse,
ma di certo oggi non più di ieri.”
“Caro,
hai bisogno di aiuto.”
“Quello
che faccio non è così strano.”
“Ah
no?”
“Molte
casalinghe lo fanno.”
“Tu
non sei una casalinga!”
Non
era il caso di insistere in un’abitudine così improduttiva. Fossi stato un
genio, almeno…
Per
mia moglie gli sfarfallamenti del pensiero, le piccole devianze, le pupille che
si velano davanti a paesaggi immaginari, hanno un valore estetico in quanto
prerogative degli artisti e dei geni. Ho cercato di spiegarle che tante persone
hanno comportamenti insoliti senza avere un grammo di inventiva; che noi
notiamo le stramberie dei geni non perché siano interessanti in sé, ma perché
rappresentano il corredo barocco di biografie che, senza l’eredità delle loro
opere, non meriterebbero alcuna attenzione. Le ho detto che molti geni vivono
come impiegati, magari pensano anche come impiegati, e mettono a fuoco il loro
disordine solo nell’atto creativo. Vabbè, ho esagerato un po’.
“Dovresti
fare il conferenziere” mi ha risposto. Capita che mia moglie mi assegni
d’ufficio un talento che non vorrei avere.
In
effetti una conferenza l’avevo fatta, dieci anni prima. L’argomento non me lo
ricordo.
A metà
della conferenza, una signora sulla novantina prende a fare segno di no con la
testa. Non è convinta di ciò che ho detto, è evidente, ma non parla o forse
mormora qualcosa che mi sembra di poter leggere sulle sue labbra:
“Non è
vero, non è vero…”
Mi osserva
e fa segno di no. Ogni tanto posa gli occhi su un opuscolo, continuando a
scuotere la testa.
Mi
sento a disagio; interrompo il discorso e le chiedo se abbia qualcosa da dirmi.
“Non
ho niente da dire. E lei?”
Così
ho smesso di abbinare le mollette ai panni. Un’irruzione non autorizzata nella
norma, che insospettì mia moglie.
Una
mattina, constatato che le canotte color vinaccia avevano una molletta rosso
sangue e l’altra fucsia e gli asciugamani marroni sventolavano appesi a
mollette rosa e blu, sospirò sconsolata:
“Perché
non lo fai più? Dimmi la verità…”
“Non
faccio più cosa?”
“Abbinare
i colori delle mollette…”
“Non
mi divertivo più a farlo.”
“Che
vuoi dire? Che non ti divertivi più a fare una cosa strana, non sapendo che lo
fosse fino a che non te l’hanno fatto notare, o che ti ci divertivi proprio per
questo, perché sapevi che era strana? Ti avviso: ci sarebbe da preoccuparsi in
entrambi i casi.”
“Devo
pensarci.”
“Tu
non stai bene… non stai per niente bene.”
I
colori scelti apparentemente senza criterio, denunciavano un disordine
inoperabile, aggravato da una forma intermittente di fede nella rinuncia al
contraddittorio.
Orfeo tre passi dietro Euridice
Un
pomeriggio di fine ottobre, mia moglie mi guarda come se puntasse gli occhi nel
vuoto.
Si
immalinconisce. Si entusiasma. Entra nel buio. Si tuffa nella luce: un’idea!
Mi
chiede di ricopiare su un quaderno le sue ricette. Magari prima potrei
rivederle un po’: un leggero editing, niente di complicato.
Vuole
farne un libro che, dice, ci renderà ricchi.
Scorro
il quaderno: le sue ricette appartengono al mondo da decenni.
Le
faccio notare che basta una ricerca in rete per trovarle una per una: precise
da disciplinare, rivedute nei dosaggi, ingioiellate dagli accostamenti,
grossolane, affinate, fornite di dettagli, variazioni regionali e paesane,
interpretazioni personali, tocchi da cuoco d’arte: la parmigiana di melanzane,
la carbonara, gli gnocchi di patate, la pasta e fagioli, la pasta con le sarde,
la pasta a vongole, la mozzarella in carrozza e a piedi, l’uovo à la coque e in
camicia.
Lei
insiste, digrigna i denti, mi rinfaccia torti di cui sembrava essersi scordata.
Invece
ricorda benissimo il giorno in cui le dissi che preferivo non fare più la spesa
al supermercato; temevo di incrociare lo sguardo della cassiera. Mi ricordava
l’occhio acquoso di Dalia la Terrorista, quella che aveva fatto saltare in aria
con il tritolo il birrificio del suo ex: la stessa luce di lampada piegata in
basso, lo stesso sconforto indifferente. Una volta ero andato al supermercato e,
uscito in strada, mi accorsi che avevo dimenticato di prendere il resto:
quarantasei euro e settata centesimi.
Alla
cassa c’erano la pseudo-Dalia e il suo occhio; perciò decisi di tornare a casa
col portafogli vuoto.
Mia
moglie dovette andarci lei a pretendere la restituzione del denaro, e litigò
pure con la cassiera che minacciò di denunciarla.
Si
ricorda anche di quando l’avevo pregata di consegnare il mio curriculum alla
redazione di “Echi della Valle”.
Io non
ne avevo il coraggio.
“Sai
quanto sono timido…”
Lei si
presentò in redazione, e dopo una chiacchierata di due ore, il direttore la
assunse.
Il
curriculum per fortuna non lo aveva letto.
Mia
moglie ha tante ambizioni, ma quella di scrivere per un giornale non l’ha mai
avuta.
“Che
facciamo adesso?”
“Senza
di me saresti un uomo finito… Ho trovato la soluzione.”
Lei
sarebbe andata in giro a cercare notizie e a fare domande, cose per me
impensabili. Avrebbe raccolto le informazioni essenziali e mi avrebbe dato gli
appunti; io mi sarei limitato a scrivere i pezzi a nome suo, e quindi
all’insaputa del direttore.
“Lo
stipendio lo dividiamo. Non pretenderai di tenerti tutti i soldi con metà del
lavoro…”
“Ma
no, cara, ci mancherebbe…”
Mia
moglie ha uno spirito di iniziativa che io non ho; le piace parlare con
chiunque, non necessariamente esseri senzienti, ché “le parole germogliano
anche nell’asfalto”, e proprio io che con le parole avrei dovuto camparci,
fingevo di non saperlo. Inoltre ha una capacità di concentrazione immane: nel
rumore ragiona meglio che nel silenzio, mentre io respiro solo negli ambienti
insonorizzati e in penombra.
Il tuo amore è ombra
il mio amore è sole:
promessa di incontro o di separazione?[1]
Il
poeta la sua doveva dirla per forza.
Mia
moglie ha tutte le qualità che a me mancano, tranne una: un certo tipo di
memoria.
Non
ricorda né le facce, né i nomi.
Per
lei intervistare, fare domande, inzigare, dare del tu a un’autorità qualsiasi,
fosse pure l’Amministratore delegato del sistema solare, è un fatto di natura
come scrocchiare gli alluci.
Ma i
nomi non le entrano mai in testa; li dimentica e li confonde. Basta che due
nomi si sfiorino con le sillabe, perché nella sua immaginazione il sangue si
mescoli al minio.
“Cosa
pretendi? Chi ricorda tutto sei tu.”
I
maledetti nomi.
Il
direttore del giornale la (ci) licenziò dopo la seconda intervista sbagliata
per uno scambio di persona: avrebbe dovuto intervistare uno scrittore
irlandese, ma confuse il suo nome con quello di un geologo australiano.
I
cornuti si somigliavano anche fisicamente. Un mese prima aveva scambiato un
economista fiammingo per un saltatore con l’asta olandese. Si sa che i
fiamminghi e gli olandesi hanno una faccia sola. I nomi poi…
Nessun
fiammingo-olandese-australiano-irlandese avrebbe potuto negare che la colpa di
malintesi così ridicoli fosse solo mia.
Mi
rinfaccia questo e altro, dimostrandomi che l’archivio della sua memoria non è
così scarno: un registro di peccati con un nome e un volto limpidi anche nella
nebbia.
La
sera in cui ci conoscemmo - eravamo seduti al tavolo del bistrot del cinema
sociale - e, sebbene nessuno dei due avesse bevuto abbastanza per dire più
sciocchezze di quelle che avrebbe detto da sobrio, parlavamo della crisi delle
"vocazioni religiose": lei la considerava una iattura, per quanto non
le sembrasse una tragedia; io la consideravo un fenomeno inevitabile, per
quanto non mi sembrasse una sciagura. Seduto al nostro tavolo, un delicato
sacerdote copto di trentadue anni provò a intervenire nella discussione; disse
qualcosa a proposito della possibilità di una scelta che da individuale non può
farsi assoluta senza perdere la sua sostanza etica.
“È una
cazzata” sbottò lei, perentoria come il sacerdote non aveva preteso di essere.
“Mi
scusi…” rispose il sacerdote un minuto prima di salutarci.
Continuammo
a straparlare di argomenti che lei conosceva per sentito dire e io ignoravo del
tutto, quando mi chiese di salire a casa sua. Con una schiettezza forse
intempestiva le dissi che non avevo voglia di fare l'amore: non era una
questione personale e no che non mi piacevano gli uomini. Non abbastanza.
"Guarda,
fare l’amore con te non m’interessa proprio…" rispose.
"Scusami:
soffro di attacchi d'ansia: un rapporto sessuale al primo appuntamento non
posso nemmeno immaginarlo."
"Splendido,
ma non capisco cosa c'entri."
"Hai
ragione" rispose per me l’ombra del sacerdote.
"Quindi
al secondo o al terzo appuntamento la tua ansia cala e, per usare la tua
espressione, un rapporto sessuale puoi immaginarlo..."
"Macché."
"Splendido."
Era il
periodo in cui per lei il mondo era uno splendore continuo, che mostrava le
linee luminescenti della sua corsa parallela al giro delle esistenze
rassegnate.
Le mie
manie erano splendide anche loro, intatte come ogni evento imprevedibile o
troppo prevedibile per essere atteso. Le piaceva pure la mia mancanza di
entusiasmo.
“Che
tenerezza quell’indice sulle labbra mentre studi l’orario dei treni.”
Anche
per questo mandavo avanti lei, l’indice premuto sulle labbra per consegnarle
meglio al silenzio e i treni e il casino di ferraglia che alliscia la
banchina a duecento all’ora, il fischio del direttissimo per Iperborea, via
via, andate avanti, passeggeri, viaggiatori, conoscitori del mondo, entrate in
chiesa durante la messa, chiedete informazioni al sacrestano (“Dov’è via dei Bocconotti?
Dove si pompa, dove si svuota lo scroto?”), andate, andate, io resto a casa.
Quando
una mosca si posava su una maniglia, dovevo passarci sopra tre volte un panno
imbevuto di alcool; altrimenti avrei aperto la porta a calci e l’avrei chiusa
spingendola col muso.
“Sciocco…
non sai quante mosche hanno deposto le uova nelle tue ferite senza che te ne
accorgessi.”
Una
specie di metafora con cui voleva rassicurarmi.
Il
fatto che mi lavassi le mani cinquanta volte al giorno non poteva preoccuparla.
“Giustissimo,”
diceva “l’igiene prima di tutto.”
L’igiene
col mio vizio c’entrava poco, e lei l’avrebbe scoperto leggendo saggi di
psichiatria che da ragazza non avrebbe sfiorato con uno sbadiglio.
Le
ricordavo un personaggio della tv, un detective affetto da turbe psichiche,
maschera di una commedia dolorosa che un tempo la divertiva e ora le sembrava la
parodia del mio disagio.
E poi la
mia ossessione di allineare i libri sugli scaffali secondo il principio del compagno infame: Pasolini
accanto a Pavese avrebbe perso la voce; Dante sarebbe rimorto sapendosi a dieci
centimetri da una biografia di Bonifacio VIII; Ungaretti, gomito a gomito con
Quasimodo, si sarebbe impiccato al famoso albero. Piccole manie ereditate dai
miei familiari (vedi le mani di mia nonna candide di sapone al gelsomino,
quelle guantate, germicide di mia zia). Tutto ciò che ora sopportava a fatica (“Ancora
a lavarti le mani? Ma cos’hai…”)
doveva
essere il segno di un rimescolamento dei sangui che si ritrova solo nelle
genealogie piene di talento.
Altrimenti
era l’evidenza di una disarmonia irrimediabile.
Così
credeva o forse immaginava, perché anche lei sfarfallava da un fiore carnivoro a
una gramigna, cercando con gli occhi socchiusi un varco in un paesaggio senza
est né ovest.
Per
parlare chiaro, quel fiore avrei dovuto essere io. Una svista. Si era accorta
di aver sbagliato, come capita alle ragazze non più giovani che fanno la muta
ogni stagione per entrare in una luce diversa.
Felice chi è diverso
essendo egli diverso… [2]
(“Diverso”, “diversa”, “diversità”: le parole più belle
pronunciate da Dio.)
Ecco il rimedio al suo scontento:
rinascere altrove, immaginarmi in una forma depurata dalle scorie
dell’insipienza, e lì, nell’angolo più buio della gioia, incontrare la mia
trasfigurazione fertile e creativa.
Le mie manie erano sterili, e quindi banali.
Va bene, una volta avevo salvato un moscerino dall’annegamento in tre dita di
passito, alitandogli sulle ali; ma un fatto simile l’aveva letto in una poesia
di Luciano Erba. Che l’avessi copiato, fissato com’ero con le citazioni? E la
storia dei libri che devono darsi un po’ fastidio sulle mensole, non era per
niente originale.
Però
ammetteva che la mia difesa delle stranezze aveva quasi senso.
Ricopio
le ricette di mia moglie, in cambio della promessa che non mi citerà nei
ringraziamenti
[1] La
poesia è del famoso Adonis.
[2] Felice chi è diverso / essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune. Sandro Penna, Appunti.
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