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Un maratoneta giapponese



Perché il suo non era un corpo
lo hai odiato, la faccia un confetto 
succhiato fino al bolo dell'amaro
le gambe due legni di sandalo
sangue non finito spezzato 
all'ingrosso galleggiano sull'asfalto, 
la bocca spalancata
quella bocca di pesce ventosa 
che succhia il vetro del televisore. 
Tutto lo hai odiato quel maratoneta
- volto, gambe e bocca - 
inseguito dalla fine che non finisce
strizzato nell'agonia che non uccide
nella fatica che non vorrebbe premiarlo
stoccafisso ostile agli applausi
e alle grida di tutti noi intorno a lui
che speriamo cadrà prima del
traguardo, si scioglierà nell'aria -
e tu più degli altri lo vuoi morto
perché ha coraggio, lui più infame 
del suo corpo sfasciato 
col corpo arriva davanti a tutti - 
quelli che corrono, quelli che guardano -
sale sul gradino del vincitore
indossa l'oro ascolta l'inno
di un paese lontano quanto il suo
e ingoia il discorso dello sconfitto - 
pensato ieri (gli piaceva tanto).


 



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