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Stagione teatrale

 



Accarezzare l'orlo dell'incaglio  

mettere il timbro sulle imprecisioni

Finito lo spettacolo la vita 

non gli estrae una sola goccia di rabbia 

mentre l'errore si gonfia e non riposa:

l'imbianchino stona il geco può 

cadere dal muro la sintassi trema 

sulla lingua degli scrittori 

Finito lo spettacolo

il contestatore si addormenta:

si riapre la scena, partono i titoli 

di testa dei sogni: refusi dislessie 

battute fuori posto - la rabbia

taglia il filo dei muscoli -

lui mastica il fischio che gli resta in 

bocca nel buio né trova la sua

poltrona col numero cinquantotto


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Parole mie non mie

István Nyers Il dialetto lo capisco, ma non lo parlo. Quando provo a parlarlo, non capisco né quello che dico io, né quello che mi dice il mio interlocutore. Il dato in sé è banale: ce ne sono parecchi di sanseveresi che non parlano il dialetto; ma tutti o quasi hanno la giustificazione di essere emigrati molto giovani. Una mia compagna di liceo si trasferì a Volterra dopo la maturità . Un mese più tardi mi telefonò. Faticai a riconoscerne la voce, perché aveva foderato il suo accento di una quantità urticante di aspirate e di interiezioni, che pretendevano di suonare toscane. Quel camuffamento sembrava il segno di un disagio. Era partita per non tornare; il viaggio di sola andata la costringeva a una metamorfosi. I primi ad accorgersene dovevano essere i compaesani. Io invece l’integrazione l’ho cercata a casa mia. Quando vivevo a San Severo , spesso mi chiedevano di dove fossi.   Un tale una volta mi ha detto: "Hai un chiaro accento laziale. Sei qui per lavoro o per amore?...

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