| Fotogramma di Le Trou (1960) |
Appena
imparata una parola, sentivo il bisogno di strapparla dalla confezione in cui
era sigillata e metterla in circolo in un discorso. La parola “ano” non la
conoscevo fino al giorno in cui la maestra me ne spiegò il senso,
correggendo il refuso di un tema d’italiano (giuro, una dimenticanza: non
facevo errori di ortografia dalla prima elementare).
La
definizione mi accarezzava il lobo col respiro naftalinico della vergine
sfarinata:
“L’ano
è... bisp bisp bisp…”
e
mi dava un brivido di cui non riuscivo a vergognarmi.
L’occasione
per esibire il nuovo acquisto arrivò pochi giorni dopo.
Saul
mi aveva puntato dal fondo dell'aula, appicciando gli occhi verdi che facevano
impazzire mia sorella. Mi venne incontro dall'ultimo banco per dirmelo:
domenica saremmo usciti con le ragazze. Per sé Saul aveva scelto F., la più
bella della classe. Io mi sarei dovuto accontentare di P., che era un po' meno
bella ma senza croste sulla testa.
Aveva
i ricci biondi e un sorriso che, con un incisivo sano, sarebbe stato abbastanza attraente.
Portava
con disinvoltura una macchia gialla sulle mutande: la sua simmetria era così
precisa che pareva stampata sul tessuto come un inserto della fabbricazione
(gliela vedevo quando facevamo ginnastica e lei si chinava per toccarsi le
punte dei piedi coi polpastrelli).
Non
ricordavo dove si formasse la macchia, se all'altezza della fessa o dell'ano,
ma ero quasi sicuro che fosse l'ano. Ano, sì, ano… era quella la parola, ma non
era ancora il momento di farla uscire di prigione, anche se mi prudeva forte il cranio.
Ano… ano… ano… ano… ano…
ano...
“Cosa?”
fece Saul.
“Lascia
stare…”
L’appuntamento
era per domenica alle 10 di mattina. Ci saremmo visti sotto casa mia, e poi
avremmo fatto una passeggiata nel parco comunale. A mezzogiorno saremmo
rincasati, ma, con un po’ di fortuna, in due ore un bacio sulla bocca poteva
scapparci.
Io
a dieci anni compiuti avevo baciato solo la mia immagine allo specchio. Saul
invece aveva toccato il sedere a buona parte delle ragazze della scuola, e pure
a due bidelle sotto i trenta. Ho detto "sedere" e non
"culo" perché ormai associavo il bisillabo al buco di cui era
l'involucro e l'onesta guarnizione. È innegabile che tutti abbiano un culo, ma
il buco nessuno che non sia un bambolotto lo porta sopra il sedere; il sedere che
tutti esibiscono senza ritegno - preti, presidi, procuratori e prostitute -
foderato da un paio di calzoni o da una tunica.
Non era più possibile pensare a un culo che fosse un culo e basta, una promessa di preziosità nascoste, senza fori da ispezionare almeno con un giro di dito. Un sedere invece poteva esistere anche come entità autonoma, l'estroflessione dell'invito alla pacca sulla chiappa: la manata, la prova iniziatica del maschio preadolescente; ma toccare il sedere era una cosa, il culo un'altra: il culo non potevi limitarti a percorrerlo in superficie; dovevi sondarlo, se non fisicamente, nello spasmo di un pensiero bagnato.
Il pensiero che tra i pori del sedere
poteva anche addormentarsi.
La
domenica alle sette ero già in piedi per far splendere il corpo.
Mia
madre mi spolverò la ciccia di borotalco Roberts
(che poi l’azienda sarebbe Manetti e Roberts: perché non si nominava mai il
socio italiano?).
Mi
sbatteva allegramente il grasso dei fianchi.
"Figlio
mio, hai la cellulite…"
Non
era possibile che un maschio avesse la cellulite.
Sapevo
che la cellulite era una sorta di increspatura bastarda sul corpo delle donne, perché
mia madre ne aveva in abbondanza e ogni tanto se ne lamentava.
Saul
non citofonava. Lo aspettai per ore: macché... Sudavo un vapore di borotalco e
acidume.
Saul
e le ragazze non erano venuti. Ero più triste di una scarpa rotta.
Mia
madre mi disse che per le donne c'era tempo; prima però dovevo eliminare la
cellulite.
Il
giorno dopo affrontai Saul a scuola. Lo chiamai per nome: vigliacco bastardo
cornuto merdoso figlio di puttana.
Lui
manco pensò di scusarsi: semplicemente si era dimenticato
dell'appuntamento.
Con
me, non con le ragazze; con loro ci era uscito da solo.
"Mica
hai notato se P. avesse una macchia sulle mutande?" gli chiesi.
"Una
macchia? e dove?"
"Sulle mutande... una macchia all'altezza della fessa... o dell'ano..."
Saul, ignorantissimo, non capiva; si ostinava a chiamare l'ano "buco del culo", e fu lì che scartai la parola e mi vendicai del suo tradimento.
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