Considerare i libri degli attrezzi che, quando non servono più, si buttano come si fa con i ferri mangiati dalla ruggine. Fuori di metafora, leggere in fretta e passare oltre. Oppure leggere piano per far risuonare nella testa una frase, una parola, per chiarirla o trattenerla finché è possibile. La parola, la loffa. E che i libri si prendano tutta la polvere che vogliono, sopravvivranno al mobilio e ai muri della casa. Ogni scelta è legittima.
Conosco persone divorziate tre volte che
non buttano nella spazzatura nemmeno i saggi sul matrimonio perfetto, e non
perché abbiano il senso dell’umorismo.
L’ossessione di ricordare anche ciò che è
giusto dimenticare; il segno cancellato e resistente, una sostanza che corrode
il punto più fragile dell’anti-memoria e appare quando non te lo aspetti, in
trasparenza, come una traccia sottopelle. E il possesso, il libro come elemento
primario di una costruzione: la “tua” libreria, tua e di nessun altro, con la
superbia delle mensole cariche di intenzioni sconosciute.
I libri a casa dei miei erano pochi e per me poco interessanti. La Bibbia miniata con le bordature d’oro, che troneggiava su un basamento in cima alla credenza, tra due mezze colonnine tortili, era troppo preziosa; per la lettura mia madre ne aveva una sua personale in edizione tascabile, che le faceva luce dal comodino; un compendio di storia universale del Club dei Lettori, redatto da un antologista precario; una raccolta di cucine meridionali in dispense: cinquantaquattro fascicoli che mio padre aveva rilegato con laboriosa noncuranza; e un’enciclopedia medica in diciassette volumi (il diciottesimo era andato perduto?). Lessi tutto, pure le ricette. Non è vero: con l’enciclopedia mi fermai al capitolo sulle malattie dell’apparato digerente; la Bibbia di lusso la assunsi in dosi leggere per non lasciarci sopra macchie d’unto, e perché il suo odore di cipria appassita mi dava alla testa. Le mia non era la curiosità di Ulisse e se lo era, c’entrava con la sua parte ladra, non con quella che desiderava conoscere il mondo. I libri mi interessavano per la loro natura di cose da poco piene di segreti, o di cose costose e fragili che andavano maneggiate delicatamente e di nascosto. Ma a casa mia si rispettava la legge; perciò iniziai a comprare libri e, già che erano lì, disponibili e legalmente detenuti, a leggerne qualcuno. Quando mia madre mi vedeva leggere un libro comprato da poco, quasi mi pregava di non finirlo presto.
Una
raccomandazione pratica, e sappiamo cosa significhi essere pratici per una
donna, per una donna del Sud in particolare: il senso del risparmio che non è
mai taccagneria, il mangiare per riempirsi lo stomaco, ma senza giocare col
cibo; il cibo che non si butta via. Appunto, buttare via, cosa diversa dal
buttare giù. Mia madre mi chiedeva di leggere piano, non per digerire meglio
ciò che leggevo, ma per non essere preso dalla voglia di comprare subito un
altro libro. Anche mio padre la pensava così e aveva ragione: i soldi erano
suoi. Poi c'era il criterio dell'utilità, sacrosanto anche quello:
"Leggi
i libri di scuola o le stronzate?"
Le
stronzate erano gli scrittori che leggevo per simpatia e non per obbligo di
studio.
I miei
avevano ragione anche lì, perché di tempo ne ho sprecato tanto, facendo quello
che mi pareva. Mi hanno insegnato a non perdere tempo, eppure nella vita non ho
fatto altro.
Le ore
più belle le ho trascorse fissando la plafoniera appesa al soffitto della mia
stanza: un bombato, traslucido cimitero di insetti che conoscevo uno per uno.
Mia madre temeva di avere messo al mondo un infelice, eppure la mia armonia con
il mondo era assoluta.
Mio
padre invece si preoccupava perché accumulavo libri dai titoli assurdi; li
ammonticchiavo sul letto, sul divano, sul pavimento, li allineavo lungo le
commessure delle mattonelle.
“Che
ci fa? Mica può leggerli tutti. E comunque quelli letti potrebbe regalarli alla
biblioteca comunale. Non glieli sciuperebbero: in biblioteca non ci va
nessuno.”
Temeva
che sarei diventato un intellettuale, un ciarlatano segaiolo, e devo dire che
ci è andato vicino (non parlo dell'intellettuale).
Mio
padre diffidava degli intellettuali, specialmente se erano calvi e seborroici;
ma disprezzava davvero solo quelli che biascicavano aria. A meno che non lo
facessero per puntellare un articolo incendiario contro il governo o per
vincere una causa in tribunale; lì l’esibizionismo parolaio aveva senso, perché
raggiungeva uno scopo preciso. In quei casi poteva tollerare anche un accenno
di stempiatura.
Un
pomeriggio di giugno, io e mio padre passavamo davanti a una libreria nel
centro di B. Mio padre si fermò davanti alla vetrina, sbirciò un paio di
titoli, mormorò qualcosa tra sé e sé e mi disse:
“Se
vuoi, puoi comprarti un libro.”
Era il
suo imprimatur alla nevrosi da cui sperava che sarei guarito, prima o poi.
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