Mar del Plata
suonava argentinamente enfatico per quel campo da calcio di terraglia al
confine del quartiere. Quando si alzava il vento, la terra ti entrava negli
occhi e tu non vedevi i montarozzi d'erba che spuntavano a tradimento come
avanguardie della difesa avversaria. Perché dargli il nome di una città e non
quello di uno stadio? Chiamarlo José
Maria Minella non avrebbe avuto senso, ma Bombonera poteva starci meglio di La Fortaleza, che faceva pensare al Brasile. Forse era stato un
difetto della memoria, per cui uno stadio poteva contenere una città e una
città non era mai grande come un quartiere. L'enfasi nel calcio è appena una
nota a margine. E comunque Mar del Plata
era più fantasioso di Piazza del Papa,
la voragine di sterrato non lontana dal Mar
che in onore di Papa Wojtyla sarebbe diventata una pista di cemento lunga
trecento metri e larga centocinquanta, goduria degli sbruffi bravi ad attraversarla
su due e quattro ruote in tutte le direzioni di marcia, firmando l'asfalto con
sgommate assassine. Una volta una Ritmo
Abarth con un’inversione a “Uh!” per
poco non mi rendeva parte del paesaggio, e ora la statua del Papa benedicente
avrebbe in mano una fibbia col mio nome inciso. Il capolavoro in bronzo, collocato
nel punto esatto in cui il Papa aveva sorriso ai fedeli, testimoniava la visita
pastorale alla città: era il maggio del 1987; il Pontefice pregò davanti alla
comunità dei cristiani a galla sulla distesa di sassi che sognava di essere una
piazza. Mezz'ora prima, il Vescovo era atterrato con l'elicottero sulle gobbe
del Mare d'argento, centrando
perfettamente il cerchio di centrocampo.
“Lì
proprio lì, non oltre” avrà detto al pilota il Pastore a cui piaceva lo sport.
Un
campo da calcio è di fatto un campo di battaglia, ma è anche forse per sbaglio un
punto di incrocio delle mescolanze. Non voglio esagerare, ma era sul campo che
il quartiere, diviso in due dalla carreggiata che dalla parrocchia di S. E.
portava dritto alla casa circondariale, scavalcava la riga tirata tra la contrada
borghese e quella popolare, cioè proletaria e ogni tanto (molto spesso)
criminale. I borghesi da una parte, i proletari dall’altra divisi da una
strada, in fondo alla quale la parrocchia sorvegliava il rione come una
sentinella della pace. Sul campo da gioco ci incontravamo tutti e non dico che
le partitozze tra i “blancos” e gli “indios” fossero democratiche, ma abbastanza
cattocomuniste le gomitate, cristiano-sociali gli sputi e i mammeta è zoccola, ecumenici i dribbling
nella forma maschia del tunnel, in spagnolo “caño”: il pallone tra le cosce
dell’avversario, lo scherzo che deflorava il terzino, se sbuffava sulla fascia,
lo stopper se arrancava al centro dell’area di rigore. Poteva capitare che
qualcuno chiamasse qualcun altro “Bruce Lee” o "Kunta Kinte", ma la
segregazione razziale c'entrava poco. Anche perché il padre di Kunta Kinte
faceva il commercialista e Bruce Lee era figlio di un maresciallo della guardia
di finanza.
Bruce
Lee era più permaloso di Kunta Kinte, che si limitava a togliere la maglietta
per far notare la biancheria della sua carne non esposta al sole.
“Guardate.
Sono più bianco di voi!”
Bruce
Lee invece argomentava, richiamando la purezza delle sue ascendenze garganiche.
“Io
la Cina non so nemmeno dov’è…”
E
gli altri a insistere:
“Non
sei cinese ma hai origini cinesi…”
“Vi
dico che no!”
“Eh,
ma i tuoi genitori sembrano cinesi anche loro!”
“Sono
di Monte Sant’Angelo, scemi!”
Al
diacono della parrocchia venne l’idea di organizzare un torneo di calcio: lo
sport un pretesto per affratellarci, o forse i suoi slanci benefici erano una
scusa per sollazzarsi con lo sport, che lo interessava più
dell'evangelizzazione dei nostri pensieri. Un torneo di calcio con tutti i
crismi e non le solite partite sulla terra rubata alle squadre vere, che al
campo si allenavano per giocare la domenica al Chiarappa, lo stadio cittadino, non molto più presentabile del
"nostro".[1]
Il
problema grosso era la composizione della squadra: il nostro gruppo di tiratori
di calci non arrivava neanche a dieci: parlo di quelli che non facevano troppo
schifo. Quando non giocavamo nel cortile del condominio Azzurro (chiamato così
per la sua facciata di mattoni rossi), usavamo la strada sospendendo le partite
notturne al passaggio delle automobili, che per fortuna in quelle ore erano
poche. Il Mar del Plata ci si offriva
generoso, ma per noi era davvero gigantesco, sebbene il fiato non ci mancasse:
ci facevamo bastare il pezzo tra le linee laterali, più raramente il mezzo campo,
con una porta larga smaltata e l'altra immaginaria, delimitata da pisconi di
pietra: il portiere che, nel secondo, tempo passava dai pali veri a quelli invisibili
tirava un bel sospiro di sollievo.
Stavolta
il campo lo avremmo usato tutto e qualcuno aveva un po' paura. (Continua,
spero…)
[1] Spelacchiato
uguale, in più aveva giusto la tribuna est di legno smaltato di verde, che
scrocchiava sotto i tacchi dei tifosi, e la curva sud di cemento che incombeva
sulla porta dell’amico o del nemico, a seconda.

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