Il disastro del dirigibile LZ 129 Hindenburg, Lakehurst, 6 maggio 1937 |
Problema:
conviene di più ammazzarsi e rischiare che i tuoi amici ti celebrino da morto
come il poeta che non sei mai stato da vivo, o sperare che i tuoi amici ti
precedano nella tomba? Escludo la strage, a meno che non si adduca la
motivazione illogica del desiderio di essere dimenticato; quando si sa che la
maggioranza degli assassini seriali desidera essere ricordata. Allora dovrei
uccidere tutti i miei amici, tranne uno: Remigio, che di mestiere fa
l’avvocato. Nella speranza che neanche lui dopo la mia morte prenderà
iniziative: brigare con l’amministrazione comunale perché mi intitoli il Vicolo
delle Tortore uccise, organizzare un premio riservato agli scrittori più
loffi o non so cosa. In quel
caso dovrei uccidere prima lui e poi me. Col rischio di essere ricordato solo
per questo.
E poi, che penserebbe il mio dirimpettaio? Sarebbe il primo ad accorgersi della mia morte, e posso immaginare come. Il mio dirimpettaio aggiusta le cose che mi si rompono in casa e non si lamenta mai della mia dabbenaggine. Dice no no, se accenno al gesto di pagarlo sfiorando il portafogli coi polpastrelli (sempre più raramente, lo ammetto). Confesso che un po’ me ne approfitto, ma non lo faccio con malizia: sapere che lui è lì, che respira a pochi metri dalla mia soglia, mi fa dormire tranquillo.
Dormivo tranquillo la notte che mi si stava
allagando l’appartamento per lo scoppio del tubo del bidet. Quando mi sono
accorto del danno, alle due passate, l’acqua stava inondando il tinello, la
cucina e la camera da letto, che sono una cosa sola. Preso dal panico, stavo
per chiamare i pompieri, ma poi mi sono detto:
Perché rompere le palle ai pompieri quando basta un
toc toc al dirimpettaio?
Se non fosse stato per lui, non sarei riuscito nemmeno
a girare la chiave dell’erogazione.
Io non ci avevo proprio pensato, che bisognava
chiuderla… sono così distratto…
Il mio dirimpettaio invece sa fare tutto: è un
luminare della manutenzione: sistema gli infissi traballanti, le tubature, le
cassette del wc che buttano acqua (di nuovo lei, la troia) nel vaso:
“Potrebbe essere il galleggiante: mi sa che è rotto…
no, no, è la guarnizione a scodellino. Va cambiata.”
Mi ha rifatto l’impianto elettrico per via di un
faretto a led che non illuminava a dovere; ha ricalibrato il suono del campanello,
che si era abbassato di tre semitoni, e io mica me n’ero accorto.
“Sente com’è fesso, il suono? È smencio… mi scusi,
ho avuto una fidanzata toscana… volevo dire moscio. Non se n’era
accorto?”
“No: è difficile che suonino alla porta: di solito
il postino suona il campanello del portone.”
“Difficile, di solito… non vuol dire che non succeda
mai…”
“Vero.”
“Sistemato! Ora il postino se gli va può suonare
anche alla porta. E una volta sola.”
(Il mio dirimpettaio è molto spiritoso; fa battute
un po’ così, ma vabbè.)
Non so come abbia imparato tutti quei mestieri:
prima di andare in pensione, lavorava all’Agenzia delle Entrate, era quello che
chiamavano un “impiegato di concetto”.
L’altro ieri è venuto ad aggiustarmi la finestra del
bagno: si apre e si chiude con un meccanismo a scatto: aprirla non è difficile:
tiri la fune che scende dalla rotella collegata al meccanismo e via. Chiuderla
però è un lavoro delicato: il mio dirimpettaio mi ha detto che non devi
appenderti alla cordicella con tutto il peso del corpo, ma fare leva
sull’avambraccio con un movimento perpendicolare, evitando di dare uno
strattone nervoso, obliquo.
Devi sentire il clic nell’aria, auscultare il
congegno come se aprissi una cassaforte, accompagnando piano piano la scesa
“naturale” della fune:
“Ha presente il primo salto del tuffatore sul
trampolino? il salto prima dello stacco?”
“Un gesto chiaro, perpendicolare… il clic germina
nel meccanismo, ma anche nel pensiero; va, come dire, stanato dal
silenzio, è qui… questo è il momento, questo. Clic.”
“Ha capito, adesso?”
“Capito. Grazie.”
L’altra sera rientravo a casa e ho incontrato il mio
dirimpettaio sul pianerottolo: stava infilando la chiave nella toppa. Non so
perché, mi sembrava che nessuno potesse infilare una chiave in un modo più delicato.
“Buona sera. Tutto bene a casa?”
“Tutto bene, grazie ancora.”
“Mi dica una cosa” mi fa il dirimpettaio, “si trova
bene in città? Sa, non a tutti i forestieri piace: è così umida…”
“Benissimo. A me l’umidità non dispiace” gli ho
risposto. In realtà l’umidità non la sopporto, ma ho immaginato che a lui non
potesse dare problemi.
Figuriamoci… cosa vuoi che gli faccia a uno come lui
l’umidità? ho pensato; e già che c’ero gli
ho chiesto un consiglio su come eliminare quelle maledette macchie di condensa dall’intonaco
attorno alla finestra. Sempre quella, la finestra del bagno che da quando ci ha
messo le mani lui si chiude così bene. Clic.
Mistero della disposizione degli ambienti, il mio
bagno è collocato esattamente di fronte alla camera da letto del dirimpettaio: in
mezzo c’è solo un muro. Basterebbe farci un buchetto e io potrei accarezzargli
il cranio mentre dorme, e lui, dallo stesso buchetto, potrebbe spiarmi mentre faccio
i bisogni. Sono sicuro che lo farebbe con discrezione.
Quanto ai rumori, i miei da seduto sono quelli che
sono, mentre lui, cavolo che tipo…
ha settantasei anni, è quasi calvo ed è più basso di
me di almeno quindici centimetri, ma ha ancora una vita sessuale da fare
invidia a un pischello sburrone. Capita che si porti a casa una donna, non sempre
una coetanea, e devo dire che la notte e a volte anche il pomeriggio, beato lui,
il concerto di “porca!” e “che nervoooo!” riesce a farmi arrossire.
La coincidenza, in quei momenti sono sempre
impegnato in attività faticose quanto le sue, ma molto meno divertenti.
Il mio dirimpettaio spiritosissimo mi lancia una
voce dal capezzale:
“Piano, piano e ce la fa!” dice, e ride.
“Mi scusi tanto… E comunque, complimenti!” rispondo
imbarazzato.
“Che sarà mai! La buona salute!”
Ogni tanto il mio dirimpettaio usa espressioni antiche:
“la buona salute”, “i miei ossequi”, “guardare in tralìce” (che lui pronuncia
con l’accento sulla i). È un gentiluomo del ceppo sabaudo più schietto,
anche se ha un bisnonno siciliano e la madre mezza ciociara.
Secondo me un po’ si è affezionato. Mi ha detto che
non ha figli e non rimpiange di non averne avuti, ma forse un figlio “tutto testa e imbranato
nei lavori precisi”, di quelli che fanno fatica a infilare la chiave nella
toppa, uno che non gli somigliasse per niente, insomma, non gli sarebbe
dispiaciuto.
Credo che, se mi ammazzassi, il mio dirimpettaio ci
rimarrebbe male. E allora niente: è una questione di rispetto. Che poi magari
si accorgerebbe della mia intenzione balorda da un fruscio o dallo stridere della
sedia sul pavimento. Farebbe irruzione in casa, facile: ha le chiavi. Aprirebbe
la finestra, facciamo uscire il gas, a proposito… la bolletta… le tubature
appena aggiustate... porca di quella... no, la corda no… cazzo! la sedia è quasi nuova!
E io poi dovrei dargli delle spiegazioni, e non solo
perché, oltre a essere il mio dirimpettaio, è il mio padrone di casa. Che
vergogna.
Ci tiene a precisarlo che funziona così: nessuna
intenzione: prima il movimento, poi il gesto.
“Voglio dire l’accuratezza, lo scatto del meccanismo
che risponde convinto ai comandi, e non c’entra la causa e non c’entra
l’effetto. Niente di quello che puoi concentrare in un battito ha a che fare
con un’intenzione, seee… buona notte! Nessuno sarebbe sicuro di vivere e
morire.”
Funziona sempre allo stesso modo: l’armonia del tuffo,
il suono terso del campanello, l’incastro del disegno che germina nell’atto, il
clic. Capito?
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