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Buttare giù, buttare via



Considerare i libri degli oggetti d'uso, non qualcosa che si legge e si butta via (anche metaforicamente: il leggere in fretta e passare oltre, che pure è legittimo). Quando mia madre mi vedeva leggere un libro comprato da poco, mi chiedeva, quasi mi pregava di non finirlo subito. Una raccomandazione pratica, e sappiamo cosa significhi essere pratici per una donna, per una donna del Sud in particolare: il senso del risparmio che non è mai taccagneria, il mangiare per riempirsi lo stomaco, ma senza giocare col cibo, il cibo che non si butta via. Appunto, il buttare via, cosa diversa dal buttare giù. Mia madre mi chiedeva di leggere piano, non per assimilare ciò che leggevo, ma per non comprare subito un altro libro. Anche mio padre la pensava così, e aveva ragione: i soldi erano suoi. Poi c'era il criterio dell'utilità, sacrosanto anche quello: "Leggi i libri di scuola o le stronzate?". Le stronzate erano gli scrittori che leggevo per simpatia e non per dovere. I miei avevano ragione anche lì, perché di tempo ne ho speso o sprecato tanto, facendo quello che mi pareva. Mi hanno insegnato a non perdere tempo, eppure io nella mia vita non ho fatto altro. Le mie ore più belle le ho trascorse fissando il soffitto della mia stanza. Mia madre si preoccupava: temeva di avere messo al mondo un infelice. Non era così: la mia armonia con la vita era assoluta. Mio padre invece si preoccupava perché accumulavo libri, li ammonticchiavo sul letto, sul divano, sul pavimento, li allineavo lungo le commessure delle mattonelle. Si chiedeva cosa ne facessi. Temeva che sarei diventato un intellettuale, un ciarlatano segaiolo, e devo dire che ci è andato vicino (non parlo dell'intellettuale). Mio padre aveva un disprezzo profondo per gli intellettuali: non tutti, solo quelli che biascicavano aria. A meno che non lo facessero per vincere una causa in tribunale: lì il fumo delle parole aveva un senso. Un pomeriggio di giugno, passavamo davanti a una libreria; mio padre mi disse: "Se vuoi, puoi comprarti un libro". Era il suo paterno, materno imprimatur al disturbo da cui sperava che sarei guarito, prima o poi.

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