Passa ai contenuti principali

Disordine dell'oncologa



 

"Os maldeciré desde el reverso de una sonrisa."

Osvaldo C. Ururi

 

per la vostra fede che acceca i passi

di questo mio barcollare sui trampoli

guardarmi i piedi non guardare voi 

 

tocco il soffitto e vi lancio biglietti:

Ci vediamo domani a Trebisonda

è la festa del santo curandero

 

ve lo dico ogni volta e cado a terra

se inciampo nel filo teso di un'occhiata

quando vi passo accanto in corridoio:

sentite il mozzico dell’orologio

sul mio polso l'odore di sfattume

che ho addosso non siete voi

 

sono le attese gonfie poliziesche

che con le dita mi lisciano la manica

mentre cerco la porta e le domande

che ignoro e le risposte che conosco

eccole in cambio dei vostri regali

(cento bottiglie e io non bevo il vino): 

 

aspetto anch’io voi il vostro corpo

raccolto nell'impronta dello spasmo

 

solo mia questa fede solitaria:

lavoro e prego in nome dei medici

che come me non ricordano i nomi

 

resto qui insieme a voi al di qua

della porta nel ritaglio dell'ombra

sanguino gioia e la colpa è vostra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti

Post popolari in questo blog

Parole mie non mie

István Nyers Il dialetto lo capisco, ma non lo parlo. Quando provo a parlarlo, non capisco né quello che dico io, né quello che mi dice il mio interlocutore. Il dato in sé è banale: ce ne sono parecchi di sanseveresi che non parlano il dialetto; ma tutti o quasi hanno la giustificazione di essere emigrati molto giovani. Una mia compagna di liceo si trasferì a Volterra dopo la maturità . Un mese più tardi mi telefonò. Faticai a riconoscerne la voce, perché aveva foderato il suo accento di una quantità urticante di aspirate e di interiezioni, che pretendevano di suonare toscane. Quel camuffamento sembrava il segno di un disagio. Era partita per non tornare; il viaggio di sola andata la costringeva a una metamorfosi. I primi ad accorgersene dovevano essere i compaesani. Io invece l’integrazione l’ho cercata a casa mia. Quando vivevo a San Severo , spesso mi chiedevano di dove fossi.   Un tale una volta mi ha detto: "Hai un chiaro accento laziale. Sei qui per lavoro o per amore?...

E poi la musica

  Bevevamo il Nero di Troia  cercando un vento freddo tra gli ulivi quando imbracciava la fisarmonica e io ficcato in una buca, la cera nelle orecchie, un maccaturo in bocca per non dirgli che suonava a morto che detestavo le sue canzoni  - io ero Ulisse e lui la sirena dell'amore chiaro inappagato - quando chiudeva gli occhi  e annusava il battito della campagna per inseguire le note più lontane - sorridevo balordo, gli gridavo  ancora.       Venere spastica moriva per lui ballava nel fuoco come un pipistrello.

Distrazioni

  Matteo Marolla ( disegno di Milius ) Le parole davanti alla musica . È stato così la prima volta che ho incontrato Matteo Marolla, ed è stato così le volte successive. Quando lo sentii suonare in un locale del centro storico, che poi è diventato una trattoria e poi non so. I versi di una sua canzone parlavano delle pietre e di una sposa. Mi piaceva quell'associazione misteriosa di parole che non si specchiavano l'una nell'altra. Poi ci siamo incontrati spesso. Una sera mi parlò della " Patafisica " di Alfred Jarry , un autore che diceva di conoscere poco, ma che conosceva meglio di me. E poi altri incontri di due amici che non avevano mai preso un appuntamento. Dei nostri discorsi sempre in sospeso restavano accesi i punti di una continuazione futura, possibile chissà quando, chissà dove (sì, a Sanz , dico in quale via, in quale bar). I punti di sospensione, i punti che si uniscono nel tratto di penna. Sempre le parole e l'inchiostro di mezzo. Ci incontrav...